
URBINO, DOVE IL TEMPO E’ SOSPESO
16 Agosto 2020Quest’anno abbiamo deciso di non andare in Francia, per gli ovvi motivi legati al COVID. Penso quasi ogni giorno alla Provenza, al nostro piccolo villaggio laggiù, ad Avignone e ad Arles con un desiderio infinito di riviverle al più presto, di farmi abbracciare da esse. E così abbiamo trascorso le nostre vacanze fra Umbria e Marche e visitato borghi e città di una bellezza fuori dal tempo. Più di tutte, Urbino. Ahime, non l’avevo ancora visitata e non credo sia stato un caso. Mio padre vi si recava ogni anno in inverno sin da quando ero adolescente. Ha avuto laggiù un paio di buoni amici con cui condividere le sue passioni, amici che come lui, sono volati via. E, con una certa commozione, quest’anno finalmente, l’ho incontrata anch’io questa città in cui il tempo è sospeso. Negli anni papà mi aveva raccontato molto di lei e dei suoi abitanti. Della cultura, della storia, dell’arte, della cucina con Sua altezza il tartufo (che lui adorava e che io non amo), delle tradizioni, della sua gente. Quindi ci sono arrivata preparata, e le mie aspettative non sono rimaste deluse, in una mattina assolata e calda oltre ogni limite. Urbino, dal basso, appare superba e silenziosa. Un’apparenza di immobilità che mi ha colpita. E mentre salivamo attraversando la Porta Lavagine ci chiedevamo se fosse completamente disabitata.
Da ragazza avrei voluto frequentare l’Università proprio a Urbino: corso di laurea in Antropologia Culturale. Tuttavia, cambiai idea quando realizzai che per fare un buon percorso di formazione mi sarei dovuta recare in Paesi in cui, io “della classe media dagli intestini delicati”, citando Clarissa Pinkola Estes in “Donne che corrono con i lupi”, non sarei riuscita ad adattami (a sopravvivere?) alle spesso dure condizioni ambientali e il mio intestino sarebbe impazzito, colonizzato da chissà quali virus e parassiti. Così scelsi un’altra strada. Mio marito, conoscendomi così bene, sorride sempre, sornione e divertito, ogni volta che lo racconto, all’idea di me “spersa” in chissà quale continente, senza un bagno che possa chiamarsi tale, mangiando cibi e bevendo acque già abbondantemente “abitate”.
Ma tornando ad Urbino:
dopo una salita tesa che ci ha fatto sentire quanto fossimo, e siamo, fuori allenamento, finalmente siamo arrivati in una piazza bella e animata da abitanti e turisti il cui vociare dal basso non si percepiva minimamente. Abbiamo camminato salendo sino ad arrivare a Palazzo Ducale che visto a mezzodì, con quella particolare luce del sole, toglie il respiro per tanta beltà. Ecco, lì mi sono fermata, ci siamo seduti sui sedili di pietra lungo il muro del Palazzo stesso. E ci siamo guardati intorno, un vento piacevolissimo ci ha ritemprati. Purtroppo, non ci è stato possibile vedere la mostra su Raffaello: la coda era infinita e le restrizioni anti-Covid avrebbero ulteriormente allungato i tempi di attesa. Pace, mi sono detta. Da lì, non avevo nessuna intenzione di muovermi, di arrampicarmi per vie ripide che mi avrebbero tolto respiro ed entusiasmo. Mio marito è andato in esplorazione e io mi sono goduta quella vista spettacolare sulla piazza del Palazzo. Non credo sia passato molto tempo, forse venti minuti?, quando ho sentito un ciuf ciuf di trenino e mio marito riapparire sorridente, dall’altra parte della strada, facendomi cenno di raggiungerlo. Siamo letteralmente saltati sul trenino e partiti alla volta di una visita della città che, davvero, sarebbe stato impossibile fare a piedi. L’audio che ci ha accompagnato era poetico e parlava di quanto ad Urbino ognuno possa ritrovare e riunirsi con la propria anima mentre la bellezza di questa città, di alcuni suoi scorci, dei suoi palazzi, ci ha affascinati. La piccola folla su quel trenino, di cui abbiamo fatto parte, era silenziosamente rapita da ciò che vedeva. Perchè la sensazione era quella di essere tutti scivolati in qualche piega spazio-temporale ed essere ad Urbino in tempi remoti, dove un’antica armonia, ancora percepibile, permeava tutto.
Più tardi, siamo stati in una libreria universitaria indipendente molto ben fornita e lì abbiamo acquistato “La vita di Federico da Montefeltro” di Walter Tommasoli un libro del 1978 , difficilmente reperibile e mirabilmente scritto.
A quel punto, il tempo ha iniziato a reclamare la propria esistenza, ancora poche ore e saremmo dovuti ripartire per tornare a casa. Abbiamo pranzato in uno dei tanti locali all’aperto, gustando la tipica crescia (una sorta di piadina nel cui impasto vi sono uova e latte) e ogni minuto che ci restava da trascorrere in quella città.
Dopo pranzo, facendo una passeggiata, ci siamo imbattuti in una strana scena: proprio alla base dei Torricini, le due torri appuntite simbolo della città, due persone lontane una decina di metri, ciascuna appoggiata al muro, bisbigliavano qualcosa. Un po’ folle, vero? E invece no. Abbiamo provato anche noi e, incredibile ma vero, ci sentivamo perfettamente. Anche noi dobbiamo essere sembrati un po’ strani agli astanti del momento, tanto che uno di loro, mi ha detto, sorridendo: “Ah pensavo che stesse parlando al citofono con qualcuno… ma qui non ci sono citofoni” “In effetti stavo parlando con mio marito” ho risposto indicandolo a circa dieci metri più in là. L’uomo è rimasto allibito. Gli abbiamo raccontato che questo particolare effetto acustico serviva alle guardie, che da lì dominavano e sorvegliavano la valle sottostante, per comunicare fra loro. Tempo scaduto, dovevamo ripartire per rientrare a casa.
Siamo scesi verso la nostra automobile grati per quella giornata che rimarrà sospesa nel tempo, proprio come Urbino.

AD ASSISI, DOVE CI SI INCONTRA E CI SI REINCONTRA
24 Ottobre 2019L’Umbria, la città di Assisi e i suoi abitanti hanno un posto speciale nel mio cuore.
Che, lo confesso, è diviso in tre parti.
La terra in cui sono nata, densa e nebbiosa, la Provenza, azzurra e luminosa e, appunto, la terra di Umbria, meravigliosa.
Ogni anno, da molti anni, ci rechiamo ad Assisi all’inizio dell’autunno.
Ed è sempre un tripudio di colori e di emozioni. Di incontri, anche. Ma procedendo con ordine:
là i colori dell’autunno hanno sfumature morbide, eppure ti riempiono gli occhi, come le colline dolci del paesaggio intorno.
E quando, arrivando in macchina, alzo lo sguardo e la vedo, lassù, la bella Assisi, arroccata, difesa eppure inattaccabile, ecco mi sento già a casa.
E respiro profondamente. Una sensazione di tranquillità e benessere che, così, non provo da nessun’altra parte al mondo. E non è un modo di dire.
Quei giorni sono per me un vero balsamo per l’anima.
A partire dai tramonti rossi che scendono sulla valle, ben visibili dalla parte alta della città.
Una visita in Basilica, camminando lentamente per osservare meglio, una volta ancora, gli affreschi sulla vita di San Francesco di Giotto.
O una passeggiata nottetempo, quando tutto tace e si acquieta, e allora sì, sembra di percepire ovunque, come mi dice spesso un nostro caro amico, la presenza di Francesco.
Gli amici. Nel corso degli anni, ne abbiamo conosciuti di assisani.
Che amiamo molto. Perché sono accoglienti e generosi. Sono quello che vedi. Spiritosi, ironici, forti e gentili.
Alcuni, una coppia in particolare, sono diventati per me e mio marito, amici carissimi, fraterni.
E i loro amici, anche i nostri.
Perché, come dico io, dopo una certa età, i parenti ce li scegliamo.
Altri sono presenze importanti, che vediamo e rivediamo, anno dopo anno, raccontandoci e conoscendoci così, a poco a poco.
C’è anche il piacere della convivialità che ci unisce.
E i loro cibi, corposi e gustosi, che ci accompagnano in cene che non vorresti finissero mai per il piacere di ritrovarsi, parlarsi, confrontarsi, ridere e commuoversi. Fino a notte fonda.
Ci sono le librerie che amiamo: quella della Basilica, che negli anni abbiamo frequentato assiduamente e grazie alla quale abbiamo una certa e bella bibliografia francescana ma anche del delizioso miele in dispensa e creme all’artiglio del diavolo miracolose per la mia cervicale.
E una libreria, piccola, indipendente e raffinata, proprio di fronte al Tempio di Minerva dove riesco a trovare testi sul Medioevo, una mia passione, già disponibili, che altrove dovrei richiedere.
Ci sono le trattorie in cui entri e ti trovi immerso in profumi di cibo invitanti e in un clima familiare e gentile: una su tutte, Da Elide a Santa Maria degli Angeli.
Ci andavo da ragazza con i miei genitori, quando ancora c’era Elide in cucina.
Ci andiamo tuttora, mio marito ed io. Anzi, appena arrivati, dopo qualche ora in autostrada, la sosta da Elide per il pranzo segna l’inizio della nostra pausa dal resto del mondo.
Ci accolgono sempre calorosamente, come se ci fossimo salutati il giorno prima e, invece, è sempre passato un anno.
Per fortuna.
E per fortuna che la cifra di quel locale è rimasta la stessa.
Ottimo cibo per veri gourmands e una cordialità piacevole e familiare.
Ci sono negozi d’artigianato in cui si può trovare dalla bella biancheria per la casa e la tavola, quasi sempre ricamata a mano.
Ci sono oggetti artistici di altissima qualità.
L’artigianato è una presenza importante in Umbria e ad Assisi ci sono negozi dove si può apprezzare l’eccellenza del saper fare.
Per citarne uno: La Bottega, negozio storico, dove si possono ammirare e acquistare acquarelli su carta e su ceramica e affreschi di piccole o medie dimensioni.
Selene, gentilissima e preparata, ci ha spiegato la particolare tecnica che viene utilizzata dal loro Maestro Artigiano per la pittografia. Ne siamo rimasti affascinati e ci siamo innamorati di un piccolo affresco raffigurante l’Annunciazione: ora è nel nostro soggiorno ed è un piacere vederlo, osservarlo, anche ora mentre scrivo. E’ una presenza bella e confortante.
E poi, via dalla pazza folla, verso l’Eremo delle Carceri, luogo francescano di ampio respiro o la campagna tutt’intorno a Rivotorto, affollata da ulivi gentili, belli e generosi per i loro frutti abbondanti.
C’è una spiritualità diffusa in questo luogo, la si può percepire ovunque.
E ci sono incontri apparentemente casuali, quasi mai banali con persone che spesso rivediamo.
Perché come ci venne detto molto tempo fa, ad Assisi ci si incontra e ci si reincontra.
Non cito, volutamente, tutti i luoghi e i siti di arte, di archeologia e di fede che ci sono in questa città medievale perché sono moltissimi, noti e non noti.
Questa è la mia versione di Assisi, il mio modo di viverla attraverso luoghi e relazioni, sapori ed emozioni.
E poi, quando cala la notte, dalla nostra stanza d’albergo, lo stesso di sempre, mi piace guardare le luci della valle, a partire dalla cupola di Santa Maria degli Angeli che poi si spegne, rimanendo circondata da un luccichio che, quando il cielo è sereno, si confonde con quello delle stelle.

MUNICH, ovvero il piacere di celebrare in Baviera
13 Settembre 2019L’amico Hans era stato chiaro e preciso.
Il gigante buono, come lo chiamo io, collega di mio marito o per meglio dire, peer, aveva deciso che quest’anno ci saremmo incontrati fuori dal contesto professionale e avremmo trascorso del tempo insieme.
Ci avrebbe mostrato, ci disse con orgoglio, alcuni angoli della “sua” Monaco di Baviera.
Hans, gigante di bontà e simpatia, uomo incline alla battuta ma anche attento osservatore e arguto interlocutore quando si tratta di cambiare registro, amante dell’Italia e di Milano in particolare, (“la nostra” adorata Milano) che definisce, con un sorriso, la città più a sud della Baviera,
l’ultimo giorno, durante la chiusura dei lavori, ha consegnato a mio marito due piccoli fogli sui quali c’era scritto, a mano, in modo dettagliato, giorno per giorno, quasi ora per ora, ciò che avremmo fatto e visitato, da soli e con lui. Perlomeno, aveva detto “non potete lasciare Munich senza aver visto e fatto queste cose”. Grandissimo Hans! Più chiaro di così…
Ovviamente, nel programma, era incluso il nostro appuntamento con lui: lunedì 29 Luglio, ore 13, pranzo insieme e poi una girandola di luoghi da vedere, cose da fare.
Dunque, nei giorni precedenti a quell’incontro, fogli alla mano, abbiamo iniziato il nostro tour in quella che è considerata una fra le venti città al mondo con la migliore qualità di vita.
Abbiamo preso l’hop on hop off in un primo pomeriggio uggioso ma così uggioso che, giuro è la prima volta che mi accade, dopo i primi venti minuti, mi sono addormentata.
E’ stata la vivacità di Marienplatz e la sua bellezza superba, neogotica e barocca, a ridarmi tono.
Un luogo in cui è piacevole perdersi, quantomeno non ci si annoia…
Abbiamo assistito, in mezzo ad una vera folla, allo scoccare delle cinque del pomeriggio, allo spettacolo Glockenspiel, il carillon della torre dell’orologio del Nuovo Municipio, le cui statue iniziano a ballare una giostra cavalleresca. La storia, gli eventi storici, dietro queste danze che durano più di qualche minuto, sono molto interessanti.
Tuttavia, è bello, quasi gioioso, godersi lo spettacolo, così, con la stessa semplicità dei bambini.
Abbiamo visitato la Frauenkirche, la Cattedrale di Nostra Signora, famosa per le sue cupole ramate a forma di cipolla visibili da tutta la città.
Ma, prima del nostro incontro con Hans, in un pomeriggio in cui cadeva una pioggerellina fitta fitta, ho provato una forte emozione nel visitare
la Residenz: il palazzo, costruito nel XVI secolo, fu residenza dei duchi e dei re della Baviera. E’ immenso, antico, magnificente, riunisce in sé stili architettonici molto diversi fra loro e accoglie collezioni e tesori preziosi.
Tuttavia, il mio colpo al cuore, lo ammetto, è stata l’Antiquarium, la galleria rinascimentale considerata la più grande al di sopra delle Alpi.
Là dentro, è stato come se il tempo fosse sospeso, un leggero senso di stordimento per tanta bellezza.
L’ho raccontato ad Hans, il giorno dopo, quando ci siamo incontrati al ristorante Zum Franziskaner, un luogo piacevole e tipicamente bavarese (su mia espressa richiesta) dove abbiamo mangiato con vero piacere.
Ma solo nel pomeriggio, io e mio marito abbiamo capito cosa intenda il nostro caro amico quando dice che i bavaresi amano celebrare come se la vita fosse una liturgia.
Alle cinque del pomeriggio, siamo andati, con grande curiosità, nella più antica birreria di Monaco di Baviera: la Hofbräuhaus. Era già gremita di gente.
Un’orchestrina suonava musica tipica bavarese, camerieri portavano ai clienti boccali enormi di birra e ragazze in costumi tipici giravano per i tavoli con dolcetti per masochisti, come li chiamo io:
sono belli e quasi sempre buoni ma contengono quantità industriali di zuccheri e grassi, strutto in particolare, e se proprio ti va male, dopo averli mangiati con gusto, ti rimangono indigesti.
Io, pur immaginando le conseguenze, ho preso un dolce assassino, mio marito un boccale di birra da un litro che mi ha fatto temere per lui.
E alla fine, visto che lo sto raccontando, è andata meno peggio di quanto pensassi… ovviamente, abbiamo saltato la cena… ma vuoi mettere, un pomeriggio così, nella più antica e gaudente birreria di Baviera, quando ci poteva ricapitare?

Bruges e la notte delle beghine
09 Dicembre 2018Lo ricordo come fosse ieri. Invece di tempo ne é passato, e parecchio anche.
E’ accaduto durante un breve viaggio a Bruges, incantevole città nelle Fiandre, circondata e attraversata da canali.
Ci siamo arrivati ai primi di dicembre, quando laggiù il buio scende presto e la nebbia non si alza mai, densa e avvolgente.
E già alle quattro del pomeriggio i locali sono illuminati soltanto dalla luce di candele. Completamente.
All’indomani del nostro arrivo, di buona mattina, usciamo dall’hotel e camminando liberamente,
la mia attenzione viene attratta da un piccolo ponte che termina di fronte ad un portone, vecchio e chiuso.
Nell’acqua, malgrado il gelo, ci sono meravigliosi cigni bianchi e papere vivaci. Mentre noi siamo intirizziti dal freddo. Pochissime persone intorno.
Sento una particolare attrazione verso quel ponte, una curiosità mista ad emozione.
Voglio entrare, varcare quel portone.
Lo facciamo e ci troviamo in uno spazio aperto e immenso. Impensabile dall’esterno. Verde, alberi, molti dei quali secolari. Piccole case bianche, tutte uguali. Una chiesa.
E’ il Begijnhof, il beghinaggio di Bruges, fondato nel 1245 che ha ospitato le beghine fino al 1928.
Ci siamo rimasti un paio d’ore.
Con grande emozione.
Perché, al di là di tutto, i beghinaggi hanno permesso alle donne, di diversa estrazione sociale, di fare una scelta certamente forte ma che le ha affrancate dall’autorità maschile, permettendo loro già dal Medioevo, di vivere, studiare e lavorare in luoghi in cui vi era, di norma, una tranquillità “buona”.
Ed è anche per questo che, quando ho visto in libreria, una copia del libro “La notte delle beghine”, è stato naturale trovare un posto a sedere e iniziare a leggerlo.
E una storia affascinante ha cominciato a dispiegarsi.
Ambientato in una Parigi del 1300, sconvolta dal potere senza limiti dell’Inquisizione, questo romanzo storico ha il grande pregio di tratteggiare personaggi, l’anziana beghina Ysabel, la giovane Maheut dai capelli rossi che fugge da un matrimonio impostole ed è inseguita da un frate francescano, che lentamente si “raccontano” per farsi comprendere e per farci capire.
In fondo, è un’opinione personale, essi sembrano incarnare degli archètipi che da sempre esistono nell’animo umano. Forse è per questo che dopo poche pagine si avverte una sensazione di sintonia e curiosità nei confronti di personaggi senza tempo e di grande carisma.
La notte delle beghine di Aline Kiner-Neri Pozza Editore

La fabbrica dei sogni, a Parigi
26 Novembre 2018“Parigi è più bella quando piove”, una battuta tratta dal film “Midnight in Paris” di Woody Allen che non potrebbe essere più vera.
La scorsa settimana eravamo a Parigi, c’erano già luci e vetrine addobbate per il Natale, faceva un gran freddo e pioveva.
In altre parole, era di una bellezza assoluta.
Ci siamo rimasti pochi giorni, per lavoro e per motivi familiari. Così abbiamo concentrato tutto ed è stata una corsa contro il tempo.
La conosciamo abbastanza bene ma non siamo ancora riusciti a vedere proprio tutto, malgrado mio marito sostenga il contrario.
Forse perché io vorrei ritagliarci almeno un po’ di tempo per continuare a fare i turisti e lui, memore dei tours de force parigini di parecchi anni fa, alla sola idea, è già stremato.
Comunque, Parigi è sempre un incanto.
E non solo per quello che di visibile e di tangibile ha, ma per una particolare energia, una vivacità, uno stile di vita di cui sento nostalgia appena rientriamo.
Per le sue brasseries, affollate da parigini (si, ormai li riconosciamo) ad ogni ora, per le colazioni tradizionali, lunghe e burrose soprattutto il sabato e la domenica mattina, per una sottile gioia di vivere che si percepisce, per le parigine che sanno essere eleganti anche se non seguono la moda… e questa cosa, lo confesso, mi piace molto.
Come dicevo, la scorsa settimana le vetrine erano già scintillanti per il Natale.
A partire dalle Galeries Lafayette, le Grand Magasin qui ne dort jamais, il grande magazzino che non dorme mai.
Che ha sempre vetrine animate che fanno sognare bambini, e non solo, e una scenografia, ancora una volta, geniale.
Infatti, ogni mezz’ora, le luci della cupola si spengono per lasciare la scena a quelle dell’aurora boreale che si accendono intorno al meraviglioso albero.
E una musica da favola, Dance Of The Sugar Plum Fairy, accompagna i sogni di tutti, grandi e piccini.
La Festa del Natale è vicina!
A presto,

Schiphol (Amsterdam), un non-luogo pieno di colori
03 Luglio 2018Viaggiamo spesso in Europa, per motivi differenti, la maggior parte dei quali non riguarda le vacanze.
Con buona pace della mia idiosincrasia per fare e disfare bagagli, per quanto alla fine prevalga il piacere di viaggiare nel nostro vecchio continente, così ricco di cultura e di arte.
Dunque, abbiamo una certa familiarità con gli aeroporti che nella mia mente rappresentano una terra di mezzo, complessa da attraversare, interessante da osservare.
Strani luoghi, però, gli aeroporti. Anzi, non-luoghi.
Dove, al di là di chi ci lavora, ciascuno si reca con la mente già protesa verso un altrove.
E potremmo stilare un elenco degli infiniti altrove esistenti dentro di noi.
E se è vero che un po’ gli aeroporti si assomigliano fra loro, è altrettanto vero che ce ne sono di speciali.
Ecco, il mio non-luogo preferito è l’aeroporto di Schiphol ad Amsterdam.
Lo scorso autunno siamo stati in una sperduta e incantevole località sul Mare del Nord per un impegno di mio marito e siamo atterrati in questo immenso spazio dove regna un caos molto ordinato.
No, a Schiphol non ho visto negozi eleganti e lussuosi.
Ma ci sono quegli slarghi, quasi a richiamare una sorta di piazza virtuale, animata da negozi che potrebbero esserci in qualunque città… cioccolaterie, ricolme di scatole di praline, chioschi dove poter acquistare un fragrante fish and chips e poi… meravigliosi e coloratissimi negozi di fiori… un tripudio di tulipani dai colori mai visti, molte delle bulbose che vi possono venire in mente, orchidee Phalaenopsys attraenti come farfalle esotiche e, infine, i miei adorati Amaryllis.
Chi mi conosce bene sa che amo particolarmente gli Amaryllis bianchi e che mi piace offrirli in dono nel periodo che precede il Natale.
Ma negli ultimi anni, ho faticato a trovarli nella città in cui viviamo, e dintorni.
Quindi, quando lo scorso dicembre (erano i primi giorni del mese) a Schiphol mi sono trovata davanti una pletora di Amaryllis svettanti, mi è sembrato un sogno, li avrei acquistati tutti.
E’ intervenuto mio marito, mentre già stavo parlando con la commessa: dove avrei messo tutti quei bulbi enormi? Mi chiese.
Avevamo un viaggio ancora abbastanza lungo… e poi una volta arrivati sul Mare del Nord, dove li avrei tenuti? In una stanza d’albergo con temperatura tropicale?
Purtroppo aveva ragione.
Ma non mi sono persa d’animo.
Li avrei acquistati al ritorno, cascasse il mondo, l’avrei fatto.
E così cinque giorni dopo, con la mente ancora immersa nello sferzante e gelido vento del Mare del Nord, con quelle casette già tutte decorate e illuminate per la festa del Natale, il buio profondo dalle quattro del pomeriggio e la cordialità bonaria di questi Olandesi, siamo tornati a Schiphol alle 5 del mattino.
Eravamo sufficientemente stanchi ma non avevamo messo in conto i controlli aeroportuali rigidissimi: tutti i passeggeri (almeno in quella fascia oraria), noi compresi, siamo stati controllati con uno scanner a tutto il corpo o total body, i bagagli a mano in modo ossessivo… io e una turista americana ci siamo confortate e anche lamentate… persino le matite cosmetiche venivano aperte una ad una… Lei diceva: una cosa così mai vista neanche negli aeroporti più importanti degli States…
Alla fine di tutto questo, ci siamo resi conto che avevamo davvero pochissimo tempo a disposizione prima dell’imbarco.
Quindi, colazione saltata.
E io avevo l’idea fissa di correre a comprare gli Amaryllis…
Mio marito ha cercato di dissuadermi, invano. Almeno uno, gli ho detto, e poi corriamo agli imbarchi.
E così è stato.
Mezz’ora dopo eravamo su un volo Alitalia quasi deserto a quell’ora del mattino.
Così ci siamo messi tutti comodi.
Per quanto riguarda noi due, mio marito ha occupato due posti, il corridoio in mezzo, io gli altri due, dall’altro lato.
E poi, sul sedile accanto al mio, ho posizionato il mio meraviglioso Amarillo, affrancandolo con la cintura di sicurezza…
Non avrei mai voluto vedere il mio chilo e mezzo di bulbo ruzzolare per tutto l’aereo.
E’ passata l’hostess, prima del decollo, per controllare che tutto fosse a posto… Temevo dicesse qualcosa, invece mi ha guardata, l’ha guardato e ci siamo sorrise.
Mi sono addormentata tranquilla.

Maigret (e molto altro) lungo la Senna
10 Giugno 2018Parigi è bella in ogni stagione. Ma a primavera inoltrata il suo fascino si fa aperto con quella luce avvolgente, odori di alberi in fiore, finestre e balconi fioriti, un profumo invitante di cibo, ovunque, e un vociare che sembra non finire mai. E la Senna.
Che scorre tranquilla, sorniona, saggia, per tutta l’esperienza di vite che ha visto scorrere insieme alle proprie acque.
E allora, prima di prendere un taxi e raggiungere l’aeroporto, abbiamo fatto una passeggiata lungo la Senna. Forse in una sorta di tentativo di rendere più dolce, quasi languido, il distacco da questa città che amiamo molto.
Ed è così che, ad un certo punto, abbiamo incontrato Bernard.
Perchè lungo la Senna ci sono decine di bancarelle verdi di libri antichi e usati, le Bouquinistes.
Vi si può trovare dal numero di VOGUE Francia ancora intonso risalente agli anni ‘80, a cartoline antiche, libri usati di poco valore o proprio quel libro in un’edizione importante, ormai introvabile.
Quel giorno della scorsa settimana, non cercavamo nulla di particolare se non un ultimo ricordo di questa città, prima di rientrare in Italia.
Ma era l’ora di pranzo e la maggior parte delle bancarelle erano chiuse.
Se non che, ad un certo punto, abbiamo visto, poco più in là, un uomo che stava riaprendo.
Ci ha fatto un gran sorriso.
Si è avvicinato dicendoci di guardare pure con calma, lui avrebbe intanto aperto le altre bancarelle.
E incurante di quanto facessimo si è allontanato. Canticchiando.
Strano, ci siamo detti, di solito i suoi colleghi controllano a vista i turisti- e non solo – quando si avvicinano.
Così ci siamo immersi a curiosare fra una moltitudine di libri e di edizioni con la gioia di due bambini. Io, poi, ero estasiata quando ho visto una quantità smisurata di volumi di Maigret…
Chi mi conosce bene, sa che per me leggere i romanzi di Maigret è una delle cose più rilassanti e piacevoli…
Questo commissario benevolo ma non buonista, arguto, burbero che racconta di un’umanità dolente in una Parigi d’altri tempi…
Mio marito ha acquistato una ristampa del 1983 di un fumetto che amava molto da ragazzo, io una copia di un’edizione del 1977 di un libro di Woody Allen da regalare ad una persona cara… e due romanzi, Maigret et les braves gens e la prima edizione (1948) di La neige etait sale, l’unico lavoro teatrale di Simenon.
Abbiamo pagato e iniziato, come spesso accade, a chiaccherare con quell’uomo dallo sguardo limpido.
Si chiama Bernard, sono venticinque anni che ha questa bancarella lungo la Senna perché dice – “Ho iniziato tardi”. Ci chiede da dove veniamo, gli facciamo i complimenti per i libri che espone, la qualità delle edizioni, la vasta scelta. Ringrazia, dice che anche lui ama molto leggere, ama i libri.
Si vede.
Gli chiedo se non è possibile acquistare da lui tramite Internet.
Mi sorride. Spiega che lui fa questo lavoro, e in questo modo, soprattutto perché ama conoscere persone, le loro storie… un mestiere che non cambierebbe mai… e la rete lo priverebbe di tutto questo. Quindi, malgrado tutto, crisi del 2007 compresa, si va avanti. Così. Pieno di entusiasmo, sorridente e fiducioso che il fascino di un buon libro non tramonti mai. Come il fascino di Parigi.
Chapeau!
PS: Bernard Terrades lo si può trovare di fronte al 29, Quai de La Tournelle.

Riga: - 18°
16 Maggio 2018Strano pensare adesso, a primavera ormai inoltrata, al nostro soggiorno in questa città meravigliosa e gelida, di un fascino sottile che, è il caso di dirlo, ti prende la testa.
A fine febbraio, appena scesi dall’aereo infatti, abbiamo subito percepito lo sbalzo termico rispetto alle più ragionevoli temperature italiane e più tardi, dopo un pranzo luculliano che ha fatto onore alla tradizione culinaria lettone, abbiamo camminato a lungo avvolti in parka da spedizione al Polo Nord… e io a chiedermi come facessero le donne lettoni a portare quei graziosi cappellini senza andare in ipotermia.
Il mio silenzio e, probabilmente, il mio colorito, devono aver insospettito mio marito che ha pensato bene di infilarci in un ipermercato.
Devo dire che l’intuizione è stata geniale: perché alla fine, dopo essere entrata e uscita da vari negozi, ho deciso di entrare in uno che vendeva cappelli e sciarpe (anche perché rifiutavo l’idea di acquistare un colbacco, molto diffuso in città fra uomini e donne. Mi avrebbe sicuramente ben protetta dal freddo ma la sola idea mi sembrava terribile).
Ed è lì che si è svelato l’arcano.
Anche grazie all’aiuto della commessa, (una simpatica signora lettone che parlava perfettamente italiano, avendone sposato anni prima uno che a tutt’oggi non vuole concederle il divorzio), ho toccato con le mie mani cappellini deliziosi in lana, decorati con fiori delicati, straordinariamente imbottiti per proteggere da un freddo che definire pungente è riduttivo.
E, ovviamente, ne ho acquistato uno.
Il miglior acquisto degli ultimi mesi, non facevo altro che ripetere a mio marito mentre finalmente passeggiavamo tranquilli nelle viuzze della città antica.
C’è molto da vedere a Riga.
Meraviglioso il Duomo che si staglia imponente in una piazza immensa che, in effetti, richiama i grandi spazi delle città russe.
Anche se poi si rimane incantati nel vedere viali di edifici in stile Art Nouveau e la luce grigia del Mar Baltico a far da sfondo a tutto questo mentre il Monumento alla Libertà si erge a ricordo di un’indipendenza raggiunta con grande sacrificio.
Questa volta non abbiamo fatto i turisti nel senso classico, cioè visitando chiese e musei, con programmi dettagliati e ritmi da soldatini.
Anche perché mio marito era lì per lavoro.
E io, sola di solito fino a tardo pomeriggio, ne ho approfittato anche solo per respirare, capire meglio il mood di questa città che mi ha stupita poiché riesce a far convivere la tradizione con una contemporaneità inaspettata e gradevole.
Particolare l’atmosfera che si respira in questa città ricca di negozi di artigianato, di pasticcerie antiche e invitanti, di negozi d’antiquariato ma anche di grandi magazzini con reparti Beauty che nulla hanno da invidiare ai nostri.
E poco importa se al calare delle luci della sera, la città si trasforma.
E’ capitato anche a noi di passeggiare, dopo cena, in una delle piazze più conosciute e di guardarci negli occhi basiti.
Perchè quello che fino all’imbrunire era un elegante caffè dove potersi fermare e gustare una buona tazza di cioccolata calda si era trasformato in un night con tanto di luci psichedeliche e ballerina seminuda su un cubo.
Io, credo di essermi comportata correttamente con mio marito: gli ho chiesto se volesse entrare.
Mi ha guardata come se avessi detto chissà cosa e ha detto : “Meglio che torniamo in hotel”.
Forse sarà stato stanco, perché aveva avuto una giornata di riunioni.
Mah, chissà se si è pentito…

Le Bleuet
01 Agosto 2017E’ sempre con grande piacere e un sottile senso di eccitazione che ogni anno, durante le nostre vacanze in Provenza, andiamo a Banon, un piccolo borgo di circa mille anime, famoso per un rinomato formaggio di capra e per la produzione di lavanda.
Quello che in pochi sanno però è che qui a Banon c’è una meravigliosa libreria, Le Bleuet, una delle più grandi librerie indipendenti di Francia
I nostri amici che vivono stabilmente qui in Francia da qualche decennio, grandi fruitori e lettori di libri d’arte e letteratura, ci raccontano che prima dell’avvento di Internet questa libreria era il vero riferimento per gli intellettuali della regione.
Il tragitto in macchina è piacevolissimo e spesso ci si trova ad ammirare magnifici campi di lavanda.
E poi si arriva in questo piccolo centro, una sosta per il pranzo in uno dei pochi ristoranti, due passi a piedi, et voilà, la libreria Le Bleuet in piazza Saint-Just.
L’edificio a tre piani che la ospita è datato ma perfettamente ristrutturato, ha un fascino senza tempo con le sue persiane color fiordaliso, appunto, e sale, salette e anfratti, un labirinto in cui è facile e piacevole perdersi mentre fuori il tempo scorre… di solito usciamo con molti libri e lo sguardo ancora un po’ stordito, perso in quella che può considerarsi un’oasi per chi ama la lettura e il profumo di carta stampata.
E anche chi non sapesse il francese, a le Bleuet ci sono libri fotografici incantevoli, sulla Provenza ma non solo… è praticamente impossibile resistere alla tentazione di comprarne almeno uno!

Le Mistral, Benjamin e sua maestà l'aglio
22 Luglio 2017E’ da qualche giorno ormai che siamo in Provenza, la nostra amata e dolce terra di Provenza.
E sarà che c’è le Mistral che soffia incessantemente da giorni, sarà che la cena nel ristorante dell’amico D. ha onorato, mio malgrado, sua maestà l’aglio, mi ritrovo a scrivere in piena notte, girovagando e ingurgitando Citrosodina e acqua come se non ci fosse domani.
Perché io all’aglio sono intollerante.
Ma procedendo con ordine, mi piace l’idea di soffermarmi a riflettere e sorridere su personaggi ed avvenimenti di questo luogo così amato che ci accoglie sempre facendoci sentire quasi più a casa di casa.
Siamo qui in vacanza da qualche giorno, siamo passati dall’afa milanese al mistral, rumoroso e senza fine tuttavia rinfrescante e oggetto di conversazione anche in panetteria quando al mattino vado a prendere i croissants appena sfornati per fare colazione.
Non ci lamentiamo, però.
Per quanto si narri che le Mistral porti con sé un po’ di follia e per quanto di notte, più che mai la notte, sia furioso, ne apprezziamo quel freddo pungente che compensa afa ed umidità incamerate in Italia e mal sopportata da entrambi, malgrado mio marito sostenga il contrario!
Così, in questi giorni, quando non siamo a Marsiglia o ad Avignone, ci concediamo dei tempi lenti e dolci… Leggiamo intensivamente, pranziamo e ceniamo ad orari flessibili e inverosimili, facciamo lunghe passeggiate a piedi (escursioni o bicicletta con questo vento? No, grazie) mentre il soffiare del vento e il frusciare delle foglie di alberi centenari coprono il canto delle cicale.
Non ci siamo ancora incontrati con i nostri amici, quelli più cari. Sono altrove.
Mostre, esposizioni artistiche, li terranno impegnati ancora qualche giorno.
Ci mancano loro, il nostro parlarci e le nostre risate, quella convivialità semplice ed elegante, molto italiana vorrei dire e, non meno importante, gli ultimi aggiornamenti su quanto è accaduto qui durante l’anno… a partire dalle tormentate vicende amorose di Benjamin, il più famoso e chiacchierato panettiere di questa cittadina.
Benjamin, a dispetto di quanto ne dicano mio marito e gli altri amici di sesso maschile (sicuramente per pura invidia) è un giovane uomo belloccio che brucia di passione per il proprio lavoro e, certamente, per le donne.
Di famiglia più che benestante e ben nota nei dintorni, una decina d’anni fa ha aperto un panificio biologico, assolutamente biologico, come deliziato dice lui. E tiene a precisare alle nuove clienti di preparare lui stesso il lievito madre.
E poiché, come è noto, alla passione non si comanda, Benjamin apre il suo negozio solo due o tre pomeriggi alla settimana, dalle 16 alle 18.30 di giorni che variano, a seconda del tempo e dell’umore… mai il sabato però, perché dal venerdi sera Benjamin si dedica a coltivare l’arte della seduzione con fanciulle e signore i cui nomi vengono poi snocciolati sottovoce in ogni dove.
Benjamin sa di esercitare un certo fascino sul gentil sesso e anche per questa ragione non si risparmia: in negozio tiene ad essere presente e a servire personalmente le sue clienti preferite… alle altre ci pensano due commesse che lo guardano adoranti e attendono un suo cenno per capire quando subentrare a lui nella vendita. Strane ragazze,in effetti, dallo sguardo a tratti vacuo, a tratti bovino.
Comunque, quando Benjamin, non è dietro al bancone o davanti al suo forno, sosta a lungo all’esterno del suo negozio a torso nudo, ovviamente infarinato. E si intrattiene in chiacchiere e giochi di sguardi con le clienti che “casualmente” passano di lì.
Questa sera, ormai ieri, considerato che sono quasi le quattro del mattino, siamo stati invitati a cena dall’amico D. nel suo ristorante.
Invitati da lui stesso, ci ha deliziati con una cena luculliana in cui purtroppo abbondava l’aglio… ma essendo suoi ospiti non ho potuto rifiutare e ho spiluccato di tutto un po’.
Era tardi quando siamo usciti dal suo locale.
Il Mistral soffiava ancora e per questa ragione abbiamo incrociato pochi passanti.
Volevamo fare una passeggiata, soprattutto io, prima di affrontare le conseguenze dell’aglio.
Arrivati vicino alla casa-bottega di Benjamin, che si trova al pianterreno, abbiamo avuto il privilegio di assistere ad una scena di seduzione, come viste solo nei film: luci soffuse, un tavolo apparecchiato per due in modo quasi spartano e una donna dai lunghi capelli scuri seduta al tavolo mentre lui, a torso nudo, si aggirava per il soggiorno con una bottiglia di vino rosso in mano alla ricerca (l’abbiamo capito un istante dopo) di un cavatappi: poi le si è parato davanti e, con fare teatrale ha stappato la bottiglia… ne ha inspirato l’aroma, ha sospirato e poi ne ha versato due calici… si è seduto, ha intrecciato il proprio calice con quello della donna e…
“Non vorrai rimanere qui a spiare cosa combina questo ragazzotto?” mi ha detto sottovoce mio marito. Il tono era stupito, “ Tu, di solito così riservata e poco incline a…”
Gli ho fatto SSSttt, il dito indice sulle labbra, “Stai zitto”, volevo dire.
Allora mi ha presa per un braccio, allontanandomi dalla casa…
Io ridacchiavo, non volevo spiare, gli dissi, solo capire chi fosse quella donna vista solo di spalle… anche se dal particolare modo di gesticolare poteva essere la signora L. Insospettabile.
Perché l’ora era tarda, altrimenti avrei subito chiamato la nostra amica S., per raccontarle il mio scoop e ironizzare un po’.
Altrimenti che vacanze sarebbero?
A presto,

La magia di Arles
07 Luglio 2016Arles è una città piena di magia.
Avevo questa sensazione ancora prima di averla vista.
Come quando si incontra una persona e, pur non conoscendola ancora, si avverte una sensazione simile all’affetto e ci si stupisce di questo.
E’ accaduto all’Università quando ho incontrato quella che sarebbe diventata la mia migliore amica e ho sentito da subito una certa affinità.
Il giorno successivo era come se ci conoscessimo da sempre. E a distanza di un paio di decenni ormai, posso affermare che quell’intuizione fosse perfetta.
Ecco con Arles è andata proprio così.
Io e mio marito siamo spesso in Francia quindi non è stato difficile programmare di uscire dal Luberon e trascorrere qualche giorno e, soprattutto, qualche notte ad Arles.
Sì, perché sarebbe stato impensabile non dormire sotto quel cielo stellato dipinto da Van Gogh.
Sono molte le cose da vedere in questa cittadina provenzale, a partire dall’anfiteatro romano, maestoso e imponente.
Tuttavia per me, per noi, la cifra di questa città è un’altra. No, non è stato il classico percorso turistico ad impressionarci.
Ma l’atmosfera, i colori e la luce, quelli sì che sono inusuali, particolarissimi…
Ad Arles c’è una luce intensa, chiarissima, che trafigge un cielo terso ed azzurro… eppure intorno al tramonto, essa si ammorbidisce e ci si ritrova a passeggiare lungo l’argine del Rodano avvolti in una luce dai colori caldi che fanno pensare ad un abbraccio e naturalmente i toni della voce si abbassano e le parole si fanno anima.
E poi i colori dei negozi, delle facciate delle case, gli odori di cibo che impregnano le narici di una nostalgia forte ed antica… come i piatti corposi e, ahimè, agliati che vengono serviti ai tavoli all’aperto dei ristoranti sempre gremiti di persone, turisti e non, che accolgono con commenti entusiasti l’arrivo dei camerieri con le portate prelibate.
C’è il gusto e il piacere di una convivialità a tratti ridanciana e chiassosa e un chiacchericcio che si sente da lontano mentre di sera si passeggia in vicoli silenziosi e deserti che si perdono in intricati labirinti.
Gatti, meravigliose creature, ovunque.
E quelle vie, strette e tortuose, che scendono o salgono a seconda di come le si percorre non si sa mai dove possano condurre, dall’altra parte della città o esattamente al punto da cui si era partiti.
Non ci ha stupiti sapere che questa città misteriosa abbia dato i natali a Nostradamus.
Mentre ci è sembrato persino naturale immaginare Vincent Van Gogh camminare pensoso e rapito dalla tavolozza di colori che scorreva davanti ai suoi occhi, come scrisse alla sorella Wilhelmina nell’aprile del 1888.
Una sera abbiamo cenato in un ristorante in Place du Forum, luogo in cui il pittore dipinse Cafè le Soir (1888) e in effetti il caffè ritratto è sostanzialmente immutato.
Tuttavia il vederlo non è stato emozionante, mancava la poesia dei suoi colori, del suo mondo.
Chissà forse l’essenza, lo spirito di Van Gogh è ovunque laggiù, bisognerebbe riuscire a coglierlo nel rumore e nella quiete apparente di Arles dove cose, luoghi, persone, ognuno sembra conoscere la propria parte.
E cosi ci siamo evitati il tour dei luoghi ritratti da Van Gogh.
E mio marito, sornione, a chiedermi: “Non vorrai vedere dove ha dipinto La nuit étoilée ?… dopo aver rimirato il quadro originale per un tempo… non ricordo quanto”.
Io invece ricordo molto bene.
Parecchi anni fa a Parigi al Museo D’Orsay: sostai davanti a quel dipinto per un tempo interminabile, non solo perché ne rimasi incantata (malgrado lo immaginassi di una dimensione ragguardevole, che non ha) ma anche perché stavo aspettando mio marito che voleva rivedere con calma i dipinti di Rousseau Il Doganiere ( “cinque minuti e sono di ritorno”, mi disse). Così mi fermai nella stanza numero 72 del Museo talmente a lungo da aver destato il dubbio negli altri visitatori di avere la Sindrome di Stendhal.
Ad un certo momento, imbarazzata, mi allontanai e mi recai ad un punto informazioni. D’abitudine non indosso l’orologio e avevamo lasciato entrambi i nostri cellulari nello zaino in guardaroba. Ma di tempo ne era passato, eccome. Ed io ero terribilmente stanca.
“Mi scusi signore”, dissi all’addetto “credo di aver perso mio marito”. L’uomo mi guardò, prima perplesso poi con un sorriso ironico. “Sono contento per lei signora”.
Avrei tanto voluto un’autoparlante, come al supermercato.
Così tornai alla stanza 72. Per un po’. La Nuit étoilée era sempre magnifica da rimirare. E quando la mia pazienza era ormai al limite, partii in quarta decisa a recuperare il marito per rientrare in albergo.
Ci siamo incontrati a metà sala. Era di una felicità fanciullesca per aver visto le opere di Rousseau.
Morale: mai separarsi dall’amato cellulare.
In compenso, ho osservato ogni dettaglio della tela di Van Gogh.
Ma alzare lo sguardo in una notte stellata ad Arles è tutta un’altra cosa.

Lucca, in una notte di luna piena
01 Maggio 2016Lucca, città dalle cento chiese e dalle molti torri, è una città d’arte conosciuta in tutto il mondo.
Io e mio marito anche quest’anno, non abbiamo resistito al suo fascino, e abbiamo trascorso un fine settimana circondati da molta bellezza.
E non solo per le innumerevoli opere d’arte che la città racchiude.
Camminare sulle mura di Lucca, percorrere quei quattro chilometri e poco più, senza fretta, in un pomeriggio di primavera inoltrata e poi fermarsi in uno dei giardini e osservare filari di alberi secolari che hanno visto scorrere il tempo e molte vite di uomini e donne, fa un certo effetto.
E quel verde brillante, di prati e chiome di alberi, intenso dopo giorni di pioggia, diventa uno sfondo sopra il quale lasciar scivolare emozioni e parole.
E poi girovagare senza nessuna mèta, attraversare Piazza Napoleone con nella mente l’eco della voce di un anziano ed elegante signore che, poche ore prima, ci aveva raccontato della dolce vita lucchese, quando all’Hotel Europa (la cui vista spazia su Piazza Bonaparte ed è vicinissimo al famoso Teatro del Giglio) era frequentato da dive del cinema come Sofia Loren, Silvano Mangano e Sandra Milo… ed era tutto un frusciare di velluti…
Fermarsi poco più in là ad acquistare in una bancarella all’aperto stampe originali della città del 1800 e “Tender is the night” di Fitzgerald nell’edizione della Penguin Popular Classics che si presenta con, in copertina, una fotografia della Riviera del 1934…
Intanto arrivare in Piazza San Michele con lo sguardo rapito dall’omonima chiesa romanica candida e imponente… camminare lungo viuzze e giungere nella via più famosa della città, il Fillungo dove negozi eleganti e botteghe di tradizione fanno bella mostra di sè…
E poi salire (di nuovo) sulla Torre di Guinigi, conosciuta e fotografata per il giardino pensile che ospita, vedere la città dall’alto, che si acquieta con le luci morbide del tramonto… e alla fine, giungere in Piazza dell’Anfiteatro, ellittica e avvolgente, mentre il buio cominciava a scendere…
Abbiamo deciso di fermarci a cena proprio lì, nel cuore palpitante della città, in un ristorante all’aperto, gremito di persone… stavamo osservando con rassegnazione i tavoli, tutti occupati, quando una signora bionda seduta ad uno di essi, ci fece cenno di avvicinarci…
In un inglese particolarmente elegante ci disse che lei e il marito stavano per andarsene, avremmo voluto prendere il loro posto? Certo! Un gesto gentile. Abbiamo ringraziato.
Mentre Gherardo, il ristoratore, preparava il tavolo abbiamo chiaccherato. Di noi, di loro. Loro, inglesi di Birmingham, trasferitasi a Chester ci hanno detto di venire ogni anno in Toscana ma non avevano mai pernottato a Lucca. Beautiful Lucca. Ed erano felici ed emozionati per questo. Anche Chester ha mura antiche… ma no, niente di simile a queste che avete qui…
Un piacevole incontro. Si sono congedati con la stessa leggerezza con cui si sono presentati.
Ed è iniziata la nostra cena. Deliziosa.
Scandita da parole, tante e lievi, su tutto ciò che avevamo fatto e visto quel giorno e sul programma per l’indomani. Con l’entusiasmo di due ragazzi.
Mentre una luna piena perfetta che stavamo aspettando è salita prendendo il proprio posto.
Puntuale ed elegante, sopra i tetti delle case di Piazza dell’Anfiteatro.
Dopo cena abbiamo passeggiato a lungo, non saprei dire quanto, nell’intricato dedalo di viuzze del centro storico, la luna sembrava fare capolino ovunque andassimo e siamo incappati nel famoso Vicolo della Felicità, accanto all’Oratorio di S. Atanasio. Ci siamo soffermati, c’è una leggenda antica legata a questo vicolo.
Che si conclude così: “Il Paradiso non si raggiunge camminando su viali alberati. La via verso la Felicità è fatta di mille insignificanti stradine”.
Era ormai nottetempo, ci siamo incamminati verso il nostro albergo, immersi in un silenzio assoluto e nel fascino misterioso di questa meravigliosa città in una notte di luna piena.
I miei indirizzi a Lucca:
Le sorelle, http://www.lesorelle.toscana.it, un negozio in Piazza dell’Anfiteatro in cui ho trovato tovaglie molto belle, in tessuti naturali e con colori e fantasie assolutamente freschi, adatti ad una tavola estiva ben curata. Io ho acquistato delle tovaglie all’americana in lino in un delicato punto di verde. Belle le stoviglie per una mise en place semplice e chic.
Bollicinedautore, wine champagne&food, degustazione e vendita di vini, champagne e cibo, tutto rigorosamente selezionato e provato dal cordiale titolare che ci ha consigliato un paio di bottiglie di rosso notevoli. Peccato averlo scoperto poche ore prima di rientrare!

Avignon Passion
22 Aprile 2016
Avignone è una città in cui andare e soprattutto è una città a cui tornare. Naturalmente. Come dopo un giro di giostra, da bambini, ne volevamo fare subito un altro.
Ogni estate mi dico che forse non è il caso, l’abbiamo vista abbastanza volte e abbastanza bene, direi.
Abbiamo percorso i suoi viali, le sue piazze, a piedi, ci siamo inerpicati in dedali di viuzze dai nomi provenzali incomprensibili dai quali abbiamo faticato ad uscire.
L’abbiamo attraversata su un trenino incantevole e assolutamente inadeguato per muoversi in città e riso scioccamente insieme a inglesi, orientali e francesi per le terribili buche prese e il traffico intralciato.
Siamo scivolati sulle acque del maestoso Rodano perchè, lo ammetto, è una mia fissa vedere una città anche dall’acqua quando c’è la grazia di un fiume che l’attraversi… perché, dico io, ti si svela un’anima diversa.
Abbiamo mangiato panini gustosi seduti sui gradini della piazza del palazzo dei Papi sotto un sole cocente, pranzato in ristoranti gourmet all’aperto e poi gustato la superba torta Tropezienne dell’omonima e storica pasticceria sul molo, in attesa del battello di cui sopra.
L’abbiamo vista durante il Festival delle Arti, creativa, invasa da artisti di strada e non, provenienti da tutto il mondo, provocatoria, ridanciana e forse triviale ma profondamente vera e vitale al punto da sembrare quasi mistica… e non per il Palazzo dei Papi…
Dalla pittura, al teatro di strada passando attraverso la lettura dei tarocchi tutto in quei giorni è lecito chiamare arte e orde di persone e artisti si incontrano per strada e si parlano, di questioni alte e basse, come se si conoscessero da tempo, così naturalmente.
Ma quando le luci del festival calano, Avignone torna ad essere una signora elegante e terribilmente malinconica, che guarda ad un passato di fama e potere con un certo disincanto… e intanto lo vive e lo rivive, ritrovando il fasto di un tempo che ha lasciato tracce indelebili.
Ovviamente abbiamo visitato il Palazzo, musei, palazzi ma l’anima di questa città è impalpabile e altrove.
Avignone non è certo rappresentativa della Francia… ha un clima e un fascino che la avvicinano a quelle assolate città di Spagna… grandi piazze inondate da una luce intensa, a tratti violenta, del sole e vie strette ed ombrose e una cucina poco nouvelle ma certamente corposa e… agliata.
Per me che sono intollerante all’aglio, i menù sono una vera sfida, però…
Di solito, durante il nostro viaggio di ritorno verso il Luberon, mio marito mi prende in giro per questa mia Avignon Passion, citandomi cose luoghi persone viste incontrate riviste… io sorrido, sentendomi un pò in colpa per questa mia (piccola?) ossessione, ma intanto penso già al nostro prossimo giro di giostra.
E non ne vedo l’ora.

Voyages en France, un vero colpo di fulmine!
21 Ottobre 2015
L’ho addocchiato in una vetrina di un negozio di libri usati a Colmar, in Alsazia ed è stato un vero colpo di fulmine.
Era il 31 dicembre e quasi l’ora di chiusura del negozio… sì, perché su al Nord alle 18 i commercianti abbassano le saracinesche e se ne tornano a casa avvolti in quella loro nebbia, che io amo tanto.
Ma la copertina di quel libro mi aveva così colpita da entrare senza esitazione mentre gli altri clienti uscivano…il proprietario, un uomo antico, forse uscito da uno dei libri esposti, mi ha guardata con aria interrogativa.
”Vorrei acquistare quel libro in vetrina”, dissi subito dopo aver salutato.
“Ma non vuole vederlo, sfogliarlo?” era stupito.
“ Si, volentieri ma penso proprio che lo comprerò”.
Disse qualcosa di molto rapido e stretto, ovviamente incomprensibile, mentre andava a togliere il libro dalla vetrina.
Intanto fuori era buio e scendeva nebbia.
Questo libro é uno dei migliori ricordi di viaggio in Francia.
E’ stato scritto pensando ad itinerari che si snodano in tutta la Francia attraverso i primi percorsi ferroviari e fluviali in un lasso di tempo che attraversa la Belle Epoque, in tutto il suo splendore.
E’ corredato da centinaia di fotografie d’epoca color seppia, immagini lontane di cui subisco, sempre, irrimediabilmente, il fascino insieme a citazioni letterarie che permettono al lettore un tuffo nel passato…un pò come prendere l’Orient Express.
Alla fine, in dieci minuti, io e mio marito abbiamo acquistato parecchi libri, edizioni belle e così ben rilegate a prezzi assolutamente accessibili.
Amiamo la Francia anche per questo: persino nelle librerie storiche e di tradizione (come, ad esempio, Le Bleuet a Banon) esistono dello stesso libro diverse edizioni, dalle più raffinate a quelle più economiche.
E con pochi euro tutti possono permettersi di leggere. E questo é civile, etico, equo.
Pochi minuti prima delle 18 siamo usciti da quel negozio accompagnati dal sorriso e dagli auguri di fine anno del suo anziano proprietario.
A bientôt!
Marc Walter- Alain Rustenholz, Voyages en France, Edizioni Chêne

Grasse e Diane, forse
04 Luglio 2015Ogni anno, ad inizio o a conclusione delle nostre estati in Provenza, Grasse é una sosta obbligata.
Sì, perchè arrivare a Grasse, significa essere a metà viaggio, che sia l’andata o il ritorno… e allora che vi si giunga dalla Costa Azzurra o dal Vaucluse non ha importanza… é sempre piacevole fermarsi in questa cittadina circondata da coltivazioni di gelsomini e di rose ( famosa la rosa di Grasse, appunto) e camminare per le sue viuzze acquistando profumi meravigliosi e prodotti a base di lavanda.
Un momento di relax in un punto di belvedere attrezzato con sedie a sdraio e libri, circondati dal verde e da nuvole di acqua vaporizzata e profumata… e poi il pranzo, sempre al solito bistrot all’aperto, una sorta di rito che si ripete ogni anno.
Tranquillo e piacevole.
Ecco,lo scorso anno questo é stato un rito stra-ordinario per un incontro fuori dall’ordinario.
Infatti, ad un certo punto del nostro pranzo, é arrivata una donna e si é seduta al tavolino accanto al nostro.
Ci siamo scambiate un cenno di saluto, la distanza era esigua e tale che il non farlo sarebbe stato scortese. Certamente non giovane, fra i sessanta e i settant’anni, ma di un fascino e una classe mai viste.
Ancora molto bella.
L’ho osservata con attenzione: capelli castani raccolti in un piccolo chignon basso, viso curato e trucco delicato, indossava una blusa di seta coordinata a dei pantaloni affusolati color bianco latte, un paio di zeppe piuttosto alte color crema.
Semplicemente chic, é vero, ma non é questo punto.
Non è stato il suo outfit a impressionarmi.
Pas de tout.
Piuttosto una capacità innata di riempire lo spazio della sua presenza, un’eleganza naturale che emanava da ogni piccolo gesto di una donna che dev’essere stata di una bellezza abbagliante…unitamente ad una sensazione che trasmetteva di vita vissuta, attraversata anche profondamente, ma con un’ eleganza composta…
Subito si é seduto accanto a lei (dopo averglielo chiesto ovviamente, ma cosa avrebbe potuto rispondere la povera?) quello che penso potesse essere un uomo seduttivo una quarantina di anni prima… dicono degli uomini italiani ma, vi assicuro, anche i francesi un pò in là con gli anni… e la signora si é dovuta sorbire una conversazione un pò surreale con un ometto simpatico ed evidentemente piuttosto sicuro di sé malgrado non fosse particolarmente charmant…
Comunque lei é stata impeccabile, solo un accenno di sorriso in qualche passaggio di conversazione direi delicato poiché vicino al nulla.
E credo si sia accorta, anzi ne sono certa, del mio interesse, difficile dissimularlo, d’altronde.I nostri sguardi si sono incrociati discretamente, più di una volta. Sono riuscita solo a dire a mio marito che mi sentivo in una sorta di stato ipnotico… E lui, sorpreso e divertito dal mio comportamento inusuale, ridacchiava cercando di distogliermi… e io pensavo, amore mio sapessi chi é questa bella signora…
Ovviamente, come potevo dirgli ad alta voce che quella donna assomigliava in modo impressionante a Diane Von Furstenberg, una stilista belga (sposata e divorziata da Egon Von Furstenberg), naturalizzata americana che ha rivoluzionato il mondo della moda negli anni 70 con il mitico wrap dress?
Mi sentivo in bilico, avrei voluto iniziare una conversazione con lei, ma lo spasimante francese era di una pervicacia….
Ero stupita anche di me stessa, sono una persona riservata ma con quella donna,che sorrideva composta malgrado tutto,io avrei desiderato parlare di molte cose, non necessariamente banali.
Appena saliti in macchina per fare ritorno in Italia ho detto a mio marito che sapevo finalmente come avrei voluto invecchiare. Mi ha sorriso con fare sornione.
“Capisco. Mi sembra una buona idea” ha detto prima di impostare il navigatore verso casa.
In settembre, durante la settimana della moda a New York, ho letto della collezione presentata da Diane Von Furstenberg:
Diane von Furstenberg ha sfilato con la collezione primavera estate 2015 alla New York Fashion Week e l’ispirazione guarda alla Costa Azzurra negli anni Cinquanta, il tempo in cui Brigitte Bardot portava l’attenzione dei media internazionali nel villaggio di pescatori di Saint-Tropez.
A Grasse ho incontrato Diane Von Furstenberg, forse.
Comunque é stato un incontro pieno di grazia.

Bellagio, molti anni dopo. La luce, il lago, la seta
04 Giugno 2015E’ stata un’emozione tornare a Bellagio, anche solo di passaggio, per poche ore.
Avevo tre anni quando l’ho vista la prima volta, tuttavia ne avevo conservato una sorta di ricordo, sensazioni e immagini, come solo i bambini sanno fare.
Soprattutto la luce, quella la ricordavo bene.
Ci siamo stati in una giornata inondata da una luce morbida, mai accecante, una luce che arriva dall’acqua del lago.
Il Lago di Como conserva una bellezza intatta, ancora un pò selvaggia, che sorprende, tanta bellezza da togliere il respiro.
Abbiamo camminato sul lungolago e poi pranzato sul terrazzo dell’Hotel Metropole, un luogo in cui il tempo sembra essersi fermato. Un’atmosfera rarefatta. Che mi fa pensare con un pizzico di nostalgia a quel modo di vivere elegante di fine Ottocento… e mentre i miei pensieri cercano di ricostruire immagini di vita lontana, scorrono davanti a noi le acque del lago, di una bellezza che pare quasi intangibile.
Intanto, cibo squisito, panorama incantevole.
Ottimo il risotto al pesce persico, delicato ma corposo. Come secondo mio marito ha preso una tartare di angus, io un filetto di pesce di lago in crosta di patate. Dolci sublimi.
E dopo questo pranzo romantico, chissà quanto é suggestivo di sera, ci siamo inerpicati su viuzze ripide dove ci sono negozietti di souvenir e botteghe di un fascino antico. E seta, foulards, abiti, stole ovunque. Un tripudio di sete colorate.
Ma il mio colpo di fulmine é stato con Frey. Colori , disegni e lavorazioni meravigliosi.
Un negozio che, ho scoperto dopo, racchiude in sé il segreto di una tradizione che risale al 1899 e che ha saputo mantenere una stampa a mano.
Non sono riuscita a resistere e ho acquistato un foulard bianco e beige. Con una miriade di farfalle gialle.
Semplicemente chic.
Mi ha aiutato nella scelta, fra decine di foulards raffinati, la signora Bruna, una donna elegante, piacevole e terribilmente simpatica che, fra l’altro, non ha esitato a sconsigliarmi il color menta… in effetti sulla mia carnagione, irrimediabilmente chiara anche in piena estate, non ha un grande effetto.
Usciti da Frey, abbiamo proseguito la nostra passeggiata fino alla Chiesa di San Giacomo, una splendida chiesa romanica dell’XI secolo con un ricco altare del 500.
E da lì fino alla Punta Spartivento, dove si separano i due rami del Lago di Como.
Ci sarebbe ancora molto da vedere, ad esempio Villa Melzi con le sue rare e preziose camelie,il giardino orientale, con un laghetto di ninfee e aceri giapponesi ma non c’é il tempo.
E mentre siamo seduti al un tavolino di un bar a prenderci un aperitivo rigorosamente analcolico e biondo, ho già nostalgia di questo luogo.
Bellagio la bella.
Penso a quanto possa essere ancora più suggestivo in un mattino di inizio autunno, quando la nebbia che sale dal lago é avvolgente, e tutto tutto più morbido e attutito… come avvolto in una seta impalpabile…tutto tranne la sua bellezza.
Arrivederci Bellagio, torneremo presto.