
MEMORIE DI UNA GEISHA
29 Giugno 2020E’ estate. Dopo un inverno e una primavera impensabili, per tutto ciò che è accaduto, è arrivata, come ogni anno, la bella stagione. E in estate la lettura costituisce un piacere innegabile e profondo. Una temporanea sospensione per immergersi in una dimensione differente. Molti anni fa, durante un’estate rovente, lessi un libro assolutamente “rinfrescante” che ancora ben rammento:
“Memorie di una geisha” di Arthur Golden.
E’ un libro fresco come la protagonista che sin da bambina si trova ad affrontare dolori e distacchi mantenendo intatta la sua interiorità. Una bambina che, venduta dal padre, insieme alla sorella maggiore, diventerà una fra le più conosciute e famose geishe del Paese. C’è molta acqua in questo libro: quella del villaggio sul Mar del Giappone in cui nasce Sayuri, l’acqua presente, secondo la sua data nascita, nella sua personalità, l’acqua trasparente dei suoi occhi. E’ un libro che parla della vita faticosa e affascinante di una donna, del suo sogno d’amore, nel Giappone del secolo scorso. Fra tradizione millenarie, segreti sussurrati, quelli del mondo delle geishe, complotti e vittorie. Fruscio di kimono, movimenti aggraziati e una trama avvincente.
Per quanto alcune situazioni siano emotivamente forti, il romanzo non perde quella freschezza per la grazia con la quale Sayuri attraversa la propria vita. E le nostre, con un racconto difficilmente dimenticabile.

ASPETTANDO L'ALBA
11 Giugno 2020Terrificante. Come quei film dell’orrore che mi sono sempre rifiutata di guardare per intero. Eppure è successo tutto quello che non avremmo mai immaginato potesse accadere.
Non nella realtà, almeno. Non nella quotidianità di ciascuno di noi, scandita da ritmi frenetici, difficili da conciliare con tutto il resto ma in fondo buoni perché vitali. Paura, angoscia, immagini di malattia e morte ovunque, città deserte, di una bellezza e di una crudeltà assoluta per i nostri occhi e per le nostre memorie da passato prossimo.
Ecco, non me la sono sentita di scrivere. Non ci ho neanche provato. Nessun pensiero leggero.
Solo una grande, immensa incredulità di fronte a tutto quello che stava accadendo. E una profonda tristezza per quello che, in ogni caso, sarebbe stato. E, ad oggi, è. Cioè mascherine da indossare ovunque, distanza di sicurezza, contatti fisici limitati con persone che non siano conviventi. Al netto di tutto, una incredibile limitazione della libertà personale. Solo il tempo ci dirà cosa sia veramente accaduto e se tutto questo sia necessario, quanto e in che termini.
Ora c’è solo questa lunga notte buia che sembra infinita. Si vede la luce ma non sappiamo se sarà solo una temporanea pausa dal virus e dalle nostre vite o no.
Cosa ho fatto in questi mesi?
Come tutti, credo, ho avuto un’attenzione maniacale per il mio stato di saluto. Misurato la temperatura più e più volte al giorno.Imbottita di vitamine per aumentare le difese immunitarie. Ascoltato e visto tutti i telegiornali e trasmissioni possibili sull’andamento della pandemia, il numero dei morti, i contagiati, i ricoverati in terapia intensiva, i pazienti monitorati a casa propria.
Ho disinfettato casa ogni giorno come se fosse un luogo contaminato da chissà cosa e, ad un certo punto, mi sono resa conto di non riuscire più ad ascoltare musica, ero troppo tesa e concentrata su tutto quanto riguardasse il virus. E poiché la musica è costante, gli stati d’animo emergono, naturalmente.
E’ stato allora che ho capito di dover cambiare routine, così non andava bene. Ho smesso quasi completamente di guardare la televisione, mi sono tenuta aggiornata leggendo le notizie online due volte al giorno, al mattino e alla sera, non una volta di più. Ho cominciato a raccogliere, finché ce ne sono state, le violette nel mio giardino. A farne dei piccoli mazzetti, legati con del filo color lavanda e donati alle persone vicine. Chiaccherato con i vicini, quelli più vicini, telefonato a due anziane ed eleganti signore, che abitano sole poco più in là, per sapere come stessero e se avessero bisogno di qualcosa, spesa o farmacia. Guardato la natura in giardino che indifferente e impavida ha continuato a risvegliarsi, come ogni primavera e il cane Jack, ad annusare l’aria, come ogni anno in questa stagione. Come se nulla di diverso stesse accadendo. Ho cucinato molto nel primo mese, piatti che desideravamo mangiare da tempo ma che non avevo il tempo di preparare. Ricette lette, rilette e studiate sulle mie amate riviste, Sale&Pepe che ho imparato a conoscere da nonna Carla, la nonna di una mia carissima amica con la quale ho vissuto ai tempi dell’Università e Cucina Italiana, perché esiste da prima che io nascessi, perché rappresenta la nostra tradizione ma è anche terribilmente attuale.
Ho acquistato su Amazon di tutto: dalle mascherine, ai cosmetici irrinunciabili come il Latte detergente del Dr Hauska, a una serie di libri che ho iniziato a leggere tre alla volta e, al momento, terminati solo un paio.
Ho recuperato da un cassetto un quaderno ancora intonso, tutto colorato, acquistato a Vilnius, la cui copertina ha per titolo LIFE IS BEAUTIFUL e ho iniziato a scrivere la mia lista dei desideri su cosa avrei voluto fare, vedere e acquistare quando il lock-down fosse terminato. L’ho compilato con tutta l’attenzione e la consapevolezza possibili, come se fosse un compito da eseguire ogni giorno. E così più o meno o fatto. Poi, ad un certo punto, mi sono resa conto di aver esaurito i miei desideri e che, in fondo, il desiderio più urgente era quello di tornare a vivere la nostra vita, nella sua quotidianità.
Ho guardato in TV commedie americane, gialli piacevoli, ho seguito Geo&Geo devotamente e guardato più di un documentario sulla vita dei pinguini, che mi sono sempre stati simpatici, sin da quando mi leggevano, da piccola, la storia di Pablo, il pinguino freddoloso, ma che adesso amo profondamente.
Mi sono innamorata di Cary Grant (confessandolo apertamente a mio marito, il quale, sollevato, ha commentato con partecipazione “Purtroppo, Cary ha lasciato la festa”) rivedendo in tv molti dei suoi film di cui ho adorato Visone sulla pelle, Intrigo internazionale, Un marito per Cinzia solo per citarne alcuni.
E che non si dica che George Clooney è il suo erede. Al di là di una vaga (e voluta, ricercata?) somiglianza fisica, Cary Grant aveva, almeno in video, una classe e un’eleganza inarrivabili.
Ecco, ho fatto una sacco di cose semplici, persino sciocche, talora inutili. Tuttavia per me ha funzionato così. Giornate lente, scandite da ritmi mai sperimentati prima. Giornate anche pieni di pensieri, di preghiera per chi stava soffrendo e lavorando. Di contatti telefonici, via whatsapp, via Skype con amici, familiari, vicini e lontani.
Con la speranza di una nuova alba dopo la notte più buia.

NEL MIO GIARDINO
24 Settembre 2019Lo vedo dalla finestra della cucina. Il mio giardino. Mentre scorrono le note di Adele, Lovesong.
E non posso fare a meno di osservarlo, in ogni suo particolare, con l’affetto profondo che si può avere per un amico silenzioso eppure presente. Sempre. Da anni. Tanti.
E mi stupisce pensare a quanti anni abbia il mio amato albero di caco, ero una bimbetta quando è arrivato, esile come un giunco.
E poco più di un decennio d’anni fa, nel corso di una ristrutturazione importante di casa, il titolare dell’impresa edile, un lontano cugino di mia madre, promise che, un giorno o l’altro, l’avrebbe abbattutto.
Intralciava, diceva lui imprecando, l’ingresso dei mezzi necessari per i lavori.
Credo di non aver mai minacciato nessuno in quel modo.
E’ seguita anche una telefonata da parte mia alla di lui moglie, donna in odore di santità, che, a sua volta, amante delle piante e del verde, credo abbia fatto la sua parte.
Il marito non ha più osato minacciare il mio caco, si limitava, appunto, ad imprecare.
Ancora oggi, a distanza di anni, quando chiama mia madre per gli auguri di Natale, gli dico ironicamente che, una volta terminati i lavori, abbiamo dovuto chiamare un sacerdote per portare pace e benedizioni al mio giardino, dopo i suoi sproloqui. Sento che sorride. Il tempo, qualche volta, addolcisce.
Ma al di là di questo colorito aneddoto, la forza di un albero e di un giardino la senti.
E io non posso fare a meno di scriverla, perché mi viene naturale cristallizzare in questo modo immagini ed emozioni che, per pudore, forse non riuscirei a dire.
Ero una bambina timidissima, ora sono una donna riservata. Molto.
Nella sostanza sono sempre io, con più esperienza, ma il tratto del carattere è quello.
Però se ora guardo quelle centinaia di frutti che porta con orgoglio il mio caco, penso, bravo, ancora una volta hai fregato tutti.
Tutti quelli che, esperti e non di giardinaggio, sostenevano, pochissimi anni fa, fosse venuto il momento di abbatterti. Ormai eri stanco e affaticato. Lo si vedeva dal tronco, che si sfaldava.
Lo si capiva perché ormai non producevi più frutti.
Eri sterile.
E allora? Mi sono ostinata a ripetere io.
Amo mangiare i suoi frutti ma più di tutto amo lui, i suoi colori d’autunno, la sua presenza che per me è rassicurante.
Siamo stati cocciuti entrambi. E avevamo ragione.
E allora, amica mia che sei lontana, penso a te in questo momento, dopo la nostra telefonata di stamattina.
Guardo a lui e penso a te.
Anche a me.
Chi di noi non ha attraversato momenti lunghi e difficili che sembrano non passare mai?
Una persona cara, molto tempo fa, in uno di quei momenti, mi scrisse frasi indelebili.
“…intanto la vita si dipana e i grumi si sciolgono… non senti che è primavera?”
Pensa al bello che hai, a chi tu sei, a ciò che vuoi. A ciò che hai saputo fare e a ciò che farai. Il resto è una provvisoria scenografia. Un’immagine che sbiadirà nel tempo. Un chiacchericcio davvero sterile. Credici e sii cocciuta come già tu sei.
Non ascoltare chi, intorno a te, sa cosa tu debba fare, solo tu puoi saperlo. E non permettere mai che qualcuno ti porti via la speranza, i sogni, neanche le paure. Che se non sono troppe o troppo ingombranti, aiutano.
E mentre penso e scrivo, il giardino è quieto e tranquillo. Buono, come sempre.
La luce rosata di questo tramonto di settembre è incredibilmente bella.
E tutto, ma proprio tutto, la luce, gli odori, i colori rossastri, il mio desiderio di cucinare, di profumi orientali e di luci soffuse, mi fanno dire: siamo davvero in autunno, la mia stagione preferita.
Questo scritto è arrivato così ed è per te, cara amica, è il mio abbraccio da qui.
Ti prego di accettarlo e di leggerlo, o rileggerlo, con la musica di Adele in sottofondo. Perchè così è arrivato a me.
xxx

AUTUNNO
02 Settembre 2019E’ da molto tempo che non scrivo, da Natale, dopo aver scritto del mio adorato Maigret.
Me ne dispiaccio.
Il tempo fugge e il rischio è quello di non accorgesene.
Sono trascorse quasi un paio di stagioni, così, in un attimo.
Ho lavorato molto e anche viaggiato per lavoro.
E’ arrivata l’estate e con essa un’afa opprimente che ancora ci attanaglia.
Tuttavia, comincio già a “sentire” il profumo dell’autunno che si avvicina e con esso il desiderio di raccogliere pensieri ed emozioni, appunti di viaggio e nuove ricette da sperimentare appena le temperature saranno più clementi e la luce più morbida.
E allora le parole, le storie, i luoghi scorreranno naturalmente, sussurrate come si fa quando le giornate si accorciano, davanti ad una tazza di tè bollente e aromatico e ad una persona cara, a cui mai e poi mai potremmo raccontare qualcosa che non sia più che vero.
E poiché l’autunno, almeno quello meteorologico, è già iniziato, Buon Autunno a tutti voi!

Un Natale di Maigret
22 Dicembre 2018Chi, come me, ama il commissario Maigret, può capirmi.
Non ha importanza sapere che Jules Maigret sia una splendida creazione di George Simenon.
Per me, lui esiste.
A Parigi, magari ad un indirizzo diverso da quello storico di Boulevard Richard Lenoir al 132, che tutti noi lettori accaniti conosciamo. O, perché no, in qualche piega spazio temporale, ancora sconosciuta.
Anzi: lui, la signora Maigret, gli ispettori Lucas, Janvier, Torrence, il dottor Pardon, continuano a vivere la loro quotidianità, ognuno nel proprio ruolo… a lavorare al Quai des Orfèvres con ritmi indefessi, a fare la spesa al mercato rionale, a frequentare la Brasserie Dauphine di giorno fino a tarda notte, a visitare pazienti, a cenare insieme con un’eleganza d’altri tempi.
E’ un po’ come se le loro vite, le loro storie fossero perfettamente parallele alle nostre.
E, quando siamo a Parigi, lo confesso, mi capita di guardare a luoghi spesso frequentati da Maigret
con la piacevole (e infantile) illusione di vederlo spuntare da un momento all’altro, con la sua andatura lenta e pensosa, la pipa in bocca, lo sguardo assorto di chi sta intessendo un’ipotesi, fiutando una pista, fantasticando su un possibile colpevole.
Io al commissario Maigret voglio bene, di quel sentimento che si può provare per uno zio, a volte un po’ ruvido ma estremamente attento ai sentimenti e agli stati d’animo delle persone a lui care.
E non solo, come è noto.
Maigret osserva l’umanità dolente con cui si deve confrontare con lo sguardo di chi cerca di capire, di penetrarne la psicologia. Si astiene dal giudizio. Per sim-patia. Forse sapeva già, ben prima che uscisse “Una poltrona per due”, che le persone agiscono e reagiscono all’ambiente e alle condizioni di vita in cui si trovano.
Ma tornando al punto, come spesso accade per parenti o amici che vivono lontani, ci chiediamo spesso: come starà, cosa starà facendo, che giornata avrà avuto…
Ecco, tempo fa vidi in una delle mie librerie preferite un piccolo volume dal titolo “Un Natale di Maigret” e non ho resistito alla tentazione.
Perchè, in effetti, all’improvviso, mi sono chiesta: ma come passerà il Natale il commissario?
In casa con Louise, la moglie? Con i coniugi Pardon?
E poi: che regali si scambierà con la signora Maigret?
Questo piccolo volume di tre racconti, di cui l’ultimo è appunto, Un Natale di Maigret, non ha risposto a tutte le mie domande e curiosità, ovviamente.
Però mi ha permesso di conoscerlo un po’ meglio, di intravvedere aspetti personali e quotidiani (malinconie comprese) che lo rendono, insieme alla moglie (solo apparentemente defilata), così umano e così profondamente buono da farmi pensare: non può non esistere!
Buon Natale a tutti, ovunque voi siate!
“Un Natale di Maigret” di George Simenon – Gli Adelphi
PS: Ho scritto questo post sulle note di “Agnus Dei” di Cecilia Krull, potrebbe essere interessante ascoltare questo brano durante la lettura.

Bruges e la notte delle beghine
09 Dicembre 2018Lo ricordo come fosse ieri. Invece di tempo ne é passato, e parecchio anche.
E’ accaduto durante un breve viaggio a Bruges, incantevole città nelle Fiandre, circondata e attraversata da canali.
Ci siamo arrivati ai primi di dicembre, quando laggiù il buio scende presto e la nebbia non si alza mai, densa e avvolgente.
E già alle quattro del pomeriggio i locali sono illuminati soltanto dalla luce di candele. Completamente.
All’indomani del nostro arrivo, di buona mattina, usciamo dall’hotel e camminando liberamente,
la mia attenzione viene attratta da un piccolo ponte che termina di fronte ad un portone, vecchio e chiuso.
Nell’acqua, malgrado il gelo, ci sono meravigliosi cigni bianchi e papere vivaci. Mentre noi siamo intirizziti dal freddo. Pochissime persone intorno.
Sento una particolare attrazione verso quel ponte, una curiosità mista ad emozione.
Voglio entrare, varcare quel portone.
Lo facciamo e ci troviamo in uno spazio aperto e immenso. Impensabile dall’esterno. Verde, alberi, molti dei quali secolari. Piccole case bianche, tutte uguali. Una chiesa.
E’ il Begijnhof, il beghinaggio di Bruges, fondato nel 1245 che ha ospitato le beghine fino al 1928.
Ci siamo rimasti un paio d’ore.
Con grande emozione.
Perché, al di là di tutto, i beghinaggi hanno permesso alle donne, di diversa estrazione sociale, di fare una scelta certamente forte ma che le ha affrancate dall’autorità maschile, permettendo loro già dal Medioevo, di vivere, studiare e lavorare in luoghi in cui vi era, di norma, una tranquillità “buona”.
Ed è anche per questo che, quando ho visto in libreria, una copia del libro “La notte delle beghine”, è stato naturale trovare un posto a sedere e iniziare a leggerlo.
E una storia affascinante ha cominciato a dispiegarsi.
Ambientato in una Parigi del 1300, sconvolta dal potere senza limiti dell’Inquisizione, questo romanzo storico ha il grande pregio di tratteggiare personaggi, l’anziana beghina Ysabel, la giovane Maheut dai capelli rossi che fugge da un matrimonio impostole ed è inseguita da un frate francescano, che lentamente si “raccontano” per farsi comprendere e per farci capire.
In fondo, è un’opinione personale, essi sembrano incarnare degli archètipi che da sempre esistono nell’animo umano. Forse è per questo che dopo poche pagine si avverte una sensazione di sintonia e curiosità nei confronti di personaggi senza tempo e di grande carisma.
La notte delle beghine di Aline Kiner-Neri Pozza Editore

Conversazione olfattiva, il profumo della neve
30 Novembre 2018M: Non ti ho mai chiesto una cosa.
D: (Sguardo interrogativo) Dimmi.
M: Cosa ne pensi della neve?
D: Mi piace. È un grande cuscino sul mondo. Scalda e protegge.
M: L’ho sempre amata. Scende dolcemente e tutto copre, attutisce.
Protegge il seme dal rigore del clima. Sì, lo riscalda.
Mi riporta all’essenziale.
D: E poi ha un odore. Ha L’odore di una madre. Però freddo.
M: Sì, sono d’accordo, ha un odore.
Ma non sono ancora riuscita a identificarlo, a riconoscerlo. Da piccola ce l’avevo ben presente.
D: Perché? Questa domanda, intendo. Inaspettata.
M: Ieri. Stavo sentendo un profumo che si chiama così.
Yuki di Mya Shinma. Yuki vuol dire neve, in giapponese.
D: Lo conosco. È molto lineare, pulito. Hai detto bene: essenziale, come lo è l’odorato dei giapponesi, come lo è la neve. Di questo profumo mi ha sempre colpito la lavanda come nota di testa. Chissà perché l’ha usata per raccontare il silenzio che la neve dice…
M: Mi emoziona. Ha quel calore, un tocco leggero e delicato eppure avvolgente. Sentito. Una carezza.
Mentre fuori il mondo piove.
D: Lo senti caldo perché ha quel fondo un po’ particolare… all’olfatto è caldo, come l’ambra, ma io lo associo ad un colore freddo. E luminoso. Sai, mi fa pensare che esista un linguaggio comune, tra loro stessi e tra noi e loro, attraverso il quale i profumieri siano in grado di ricomporre, nell’olfatto e sul terreno delle emozioni, ciò che per gli altri sensi è contraddizione. Yuki, per esempio. È un profumo “caldo”, per certi versi. Eppure… eppure parla del freddo, comunica il freddo. Potrei farti altri esempi.
M: Tu sai quanto sia sorpresa, ogni volta, dalla capacità del nostro olfatto e della memoria olfattiva di creare reti (neurali) che, a distanza di tempo, in un istante, si riattivano e ci riportano ad altro, ad altro e ad altro ancora… fragranze, odori, ricordi…
Scegliere un profumo allude ad una dimensione personale, intima quasi… e tornando a Yuki, che sento così avvolgente, io lo indosserei la notte, prima di andare a dormire. L’ultimo gesto di cura. Amorevole.
Un’emozione da condividere con chi amo.
D: Raramente lego insieme fragranze e momenti. Vado ad istinto: mi guida un senso irrazionale che mi porta a ri-cercare il particolare piacere che un profumo sa darmi in un dato momento. Senza un vero perché.
M: Abbiamo modi diversi di pensare al Profumo. Anche per questo mi piace questo nostro parlarci. Adesso, me l’offri un buon thé? Ne ho assolutamente bisogno.
D: Sì, certo. Lo vuoi profumato di neve?
Testo raccolto da

La fabbrica dei sogni, a Parigi
26 Novembre 2018“Parigi è più bella quando piove”, una battuta tratta dal film “Midnight in Paris” di Woody Allen che non potrebbe essere più vera.
La scorsa settimana eravamo a Parigi, c’erano già luci e vetrine addobbate per il Natale, faceva un gran freddo e pioveva.
In altre parole, era di una bellezza assoluta.
Ci siamo rimasti pochi giorni, per lavoro e per motivi familiari. Così abbiamo concentrato tutto ed è stata una corsa contro il tempo.
La conosciamo abbastanza bene ma non siamo ancora riusciti a vedere proprio tutto, malgrado mio marito sostenga il contrario.
Forse perché io vorrei ritagliarci almeno un po’ di tempo per continuare a fare i turisti e lui, memore dei tours de force parigini di parecchi anni fa, alla sola idea, è già stremato.
Comunque, Parigi è sempre un incanto.
E non solo per quello che di visibile e di tangibile ha, ma per una particolare energia, una vivacità, uno stile di vita di cui sento nostalgia appena rientriamo.
Per le sue brasseries, affollate da parigini (si, ormai li riconosciamo) ad ogni ora, per le colazioni tradizionali, lunghe e burrose soprattutto il sabato e la domenica mattina, per una sottile gioia di vivere che si percepisce, per le parigine che sanno essere eleganti anche se non seguono la moda… e questa cosa, lo confesso, mi piace molto.
Come dicevo, la scorsa settimana le vetrine erano già scintillanti per il Natale.
A partire dalle Galeries Lafayette, le Grand Magasin qui ne dort jamais, il grande magazzino che non dorme mai.
Che ha sempre vetrine animate che fanno sognare bambini, e non solo, e una scenografia, ancora una volta, geniale.
Infatti, ogni mezz’ora, le luci della cupola si spengono per lasciare la scena a quelle dell’aurora boreale che si accendono intorno al meraviglioso albero.
E una musica da favola, Dance Of The Sugar Plum Fairy, accompagna i sogni di tutti, grandi e piccini.
La Festa del Natale è vicina!
A presto,

Kokedama, perle di muschio sospese: Maria Grazia Borgnolo
28 Agosto 2018Semplicemente incantevole.
Questo ho pensato la prima volta in cui mi sono imbattuta in un’installazione di kokedama di Maria Grazia Borgnolo.
Era un giorno di maggio già piuttosto caldo di un paio d’anni fa, ad Orticola, Milano.
Ho sentito un tintinnio che, istintivamente, ho seguito, e così li ho visti:
piante viventi avvolte in una sfera di muschio che funge da vaso, appese ad alberi con fili di nylon e fluttuanti nell’aria.
Quel tintinnio era dato da piccoli sonagli applicati ai kokedama.
E, all’improvviso, mi sono trovata immersa in una sensazione di estremo benessere.
C’era molta bellezza.
Mi sono fermata ad osservare, ad ascoltare, evidentemente abbastanza a lungo.
Maria Grazia mi ha vista da lontano e si è avvicinata. Così ci siamo conosciute.
Ci siamo scambiate i riferimenti e scritte ogni tanto.
Nel tempo la fascinazione per questa tecnica che a me pare sfiorare l’arte non è diminuita, anzi…
Così ho pensato di chiedere direttamente a Maria Grazia di raccontarmi qualcosa in più di cosa fa e di condividerlo con voi.
Come si definirebbe?
MG: Vorrei definirmi un’ esploratrice di arte tribale…
Negli anni 90, quando ancora l’etnico non faceva moda, ho avuto una galleria dove ho organizzato e curato diverse mostre sui tessili e oggetti da collezione di culture dell’Estremo Oriente, Africa e Australia.
M: E’ molto interessante anche se sembra distante dalla tecnica kokedama.
MG: In realtà, è stato proprio questo universo di riferimento che mi ha lentamente portata vicino alla cultura giapponese, così essenziale, apparentemente semplice, wabi sabi, e ad appassionarmi alla tecnica kokedama, l’arte di comporre piante viventi in una sfera di muschio che funge da vaso, così che il kokedama possa essere appeso e fluttuare nello spazio.
M: Ci può parlare dei kokedama? Cosa sono e qual’è la loro origine?
MG: La tecnica kokedama nasce dalla tradizione giapponese del culto del muschio.
Si tratta di porre delle piante vive in una sfera di terre, argille e altri materiali (ogni maestro ha la sua ricetta), usando terricci speciali giapponesi che consentono alle piante e al muschio di vivere nutrite, con una crescita continua, ma limitata nell’ampiezza. Le piante non sono bonsai, cioe’ sono integre nelle radici.
Una delle leggende popolari racconta che nel Medioevo, un contadino giapponese di poverta’ assoluta, in un contesto in cui la gente non poteva permettersi di comprare i vasi in coccio, sviluppo’ questo sistema di vaso naturale ed economico!
I kokedama vengono a volte appesi nei pressi o nel tokonoma, la piccola alcova rialzata, dove si svolge la cerimonia tradizionale del te’.
M: Hanno una storia antica e ricca di fascino, dunque.
MG: Sì, ma il fascino piu’ sottile di queste tecniche e ambientazioni va cercato nei templi giapponesi dedicati al muschio o nei giardini del te’. Sono dei templi di bellezza e semplicita’ infinita, dove “l’erba dei ricordi” circonda queste piccole costruzioni in legno.
Giardinieri specializzati e molto pazienti curano boschi di muschio (anche con le pinzette), la cui bellezza e’ data dalle ombreggiature del sole fra gli alberi, (“questa luce che cade dagli alberi”, ogni albero proietta una sua ombra e vibra al vento in modo diverso) e dalle sfumature dei diversi tipi di muschio, abbinati ad alberi dai diversi colori (per esempio l’acero o i pini dal tronco rosso).
Naturalmente le immagini e le filosofie giapponesi a riguardo sono infinite, ma poco comprensibili dalla nostra cultura occidentale, se non desideriamo immergerci in esse.
Abbiamo culture profondamente diverse. E’un dato di fatto. Questo può essere un limite ma anche uno stimolo per un atto di comprensione che sia autentico, sentito.
M: Perchè continua a fare i kokedama?
MG: Comporre i kokedama è un aspetto del mio bisogno di lavorare con le mani e avere a che fare con la natura. Ciò rispecchia la mia natura selvatica, ho fatto molte cose da sola fra cui viaggi in paesi lontani non proprio turistici.
Ho iniziato a fare kokedama circa cinque anni fa per curiosità.
Ho sperimentato molto, con diversi tipi di piante e mescole di terricci e materiali. Ho scoperto come reagiscono le diverse piante e come rendere questo particolare habitat ideale per loro.
Ad esempio, quando “denudo” la pianta, cioè quando tolgo la terra e resta solo la radice, mi chiedo sempre cosa quella radice “desideri”.
La parte più zen del fare kokedama la trovo quando pulisco il muschio, prima di usarlo e alla fine; nel muschio si trovano molte cose e ha diversi profumi, forme, colori. Una texture naturale che cambia costantemente.
La mia è un’interpretazione della tecnica giapponese ed è sempre una sorpresa piacevole quando i clienti mi dicono che le loro piante stanno benissimo dopo tanti anni.
M: Immagino sia una grande soddisfazione per Lei.
Ora, prima di concludere, vorrei Lei rispondesse ad alcune domande, in perfetto Lostiledimarie:
M: Il suo libro preferito
MG: Maghi e mistici del Tibet di Alexandra David Neel.
M: Il suo luogo del cuore
MG: Le piccole chiese votive di campo, meglio se abbandonate. Ce n’è una in particolare in Croazia, dove si può arrivare solo a piedi.
M: Il suo cibo del cuore
MG: Il mango (dai tre sapori).
M: Infine, il suo profumo preferito
MG: Quello di erba.
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Vorrei ringraziare Maria Grazia per aver condiviso con me ed ora con voi gli aspetti più personali, a tratti intimi di un fare, di un’arte antica, che parla di una sensibilità e di una ricerca continua.
Potete seguire Maria Grazia Borgnolo su
kokedama&Co
http://mgbwabisabi.blogspot.it/
e contattarla all’indirizzo: walkabout_ud@libero.it
A presto,

Giardini d'inverno
10 Luglio 2018Sarà l’afa che mi fa boccheggiare togliendomi (forse) un po’ di lucidità, sarà l’aria condizionata che per quanto sbagliato (lo so bene e voi non fatelo, please) io metto sui 24 gradi giorno e notte, sarà che l’autunno e l’inverno con i loro colori caldi, avvolgenti di foglie, terra e alberi, o assolutamente neutri come possono esserlo solo la nebbia e la neve, sono le mie stagioni preferite. Sarà per tutto questo che sto sfogliando un libro GIARDINI D’INVERNO che ha il pregio di mostrare giardini, inglesi e francesi, che sono stati pensati per brillare di toni vivaci, aranciati e rossi, anche durante la stagione invernale solitamente candida.
E allora sfogliare questo libro non è solo piacevole ma persino pericoloso.
Perché offre spunti interessanti, con accostamenti di colori audaci, anche per il “mio” di giardino.
Puntualmente, mi vengono idee originali che però hanno a che fare con piantumazioni non semplici, dico io.
Mio marito ha un’opinione diversa: piantumazioni impossibili.
Mi ripete sempre come un mantra:” Non abbiamo più spazio in giardino”.
E pensare che il nostro giardino non è piccolo.
Rose (piantate da me), lavande (idem), piante di rosmarino in quantità industriali (piantate da lui, che adora questa pianta ornamentale) e poi un pero, un caco ( che in autunno ha colori meravigliosi), un fico immenso, un tiglio, un carpino, un cipresso.
“E poi”, ha aggiunto recentemente “abbiamo appena piantato una quercia”.
Già, dimenticavo l’ultima arrivata, che a dire la verità è così piccola da sembrare inoffensiva.
Eppure crescerà e avrà ben altre dimensioni.
Alberi e arbusti non ce ne stanno, in effetti. Mio marito ha ragione.
Quindi, per ora mi sono accontentata di piantare otto piantine di zucca e una in particolare mi sta dando grande soddisfazione perché è schizzata verso l’alto e credo che il prossimo autunno potrò raccoglierne almeno qualcuna per cucinare un risotto e decorare la casa.
Poi, si vedrà, mi sento possibilista. (“Su cosa? “Mi chiede lui. “Magari è una quercia bonsai” rispondo io).
Il giorno dopo questa discussione senza via d’uscita, mio marito mi ha proposto un fine settimana lungo in un luogo dal clima mite, Oltralpe.
Mi conosce bene, sa che quando fa troppo caldo io ho molte idee, non sempre realizzabili.
Un modo per evadere da una temperatura opprimente.
Comunque, questo libro è una piccola e incantevole oasi di freddo piena di colori e di gioia.
GIARDINI D’INVERNO – Una stagione reinventata
Cédric Pollet
Edizione L’Ippocampo

Maigret (e molto altro) lungo la Senna
10 Giugno 2018Parigi è bella in ogni stagione. Ma a primavera inoltrata il suo fascino si fa aperto con quella luce avvolgente, odori di alberi in fiore, finestre e balconi fioriti, un profumo invitante di cibo, ovunque, e un vociare che sembra non finire mai. E la Senna.
Che scorre tranquilla, sorniona, saggia, per tutta l’esperienza di vite che ha visto scorrere insieme alle proprie acque.
E allora, prima di prendere un taxi e raggiungere l’aeroporto, abbiamo fatto una passeggiata lungo la Senna. Forse in una sorta di tentativo di rendere più dolce, quasi languido, il distacco da questa città che amiamo molto.
Ed è così che, ad un certo punto, abbiamo incontrato Bernard.
Perchè lungo la Senna ci sono decine di bancarelle verdi di libri antichi e usati, le Bouquinistes.
Vi si può trovare dal numero di VOGUE Francia ancora intonso risalente agli anni ‘80, a cartoline antiche, libri usati di poco valore o proprio quel libro in un’edizione importante, ormai introvabile.
Quel giorno della scorsa settimana, non cercavamo nulla di particolare se non un ultimo ricordo di questa città, prima di rientrare in Italia.
Ma era l’ora di pranzo e la maggior parte delle bancarelle erano chiuse.
Se non che, ad un certo punto, abbiamo visto, poco più in là, un uomo che stava riaprendo.
Ci ha fatto un gran sorriso.
Si è avvicinato dicendoci di guardare pure con calma, lui avrebbe intanto aperto le altre bancarelle.
E incurante di quanto facessimo si è allontanato. Canticchiando.
Strano, ci siamo detti, di solito i suoi colleghi controllano a vista i turisti- e non solo – quando si avvicinano.
Così ci siamo immersi a curiosare fra una moltitudine di libri e di edizioni con la gioia di due bambini. Io, poi, ero estasiata quando ho visto una quantità smisurata di volumi di Maigret…
Chi mi conosce bene, sa che per me leggere i romanzi di Maigret è una delle cose più rilassanti e piacevoli…
Questo commissario benevolo ma non buonista, arguto, burbero che racconta di un’umanità dolente in una Parigi d’altri tempi…
Mio marito ha acquistato una ristampa del 1983 di un fumetto che amava molto da ragazzo, io una copia di un’edizione del 1977 di un libro di Woody Allen da regalare ad una persona cara… e due romanzi, Maigret et les braves gens e la prima edizione (1948) di La neige etait sale, l’unico lavoro teatrale di Simenon.
Abbiamo pagato e iniziato, come spesso accade, a chiaccherare con quell’uomo dallo sguardo limpido.
Si chiama Bernard, sono venticinque anni che ha questa bancarella lungo la Senna perché dice – “Ho iniziato tardi”. Ci chiede da dove veniamo, gli facciamo i complimenti per i libri che espone, la qualità delle edizioni, la vasta scelta. Ringrazia, dice che anche lui ama molto leggere, ama i libri.
Si vede.
Gli chiedo se non è possibile acquistare da lui tramite Internet.
Mi sorride. Spiega che lui fa questo lavoro, e in questo modo, soprattutto perché ama conoscere persone, le loro storie… un mestiere che non cambierebbe mai… e la rete lo priverebbe di tutto questo. Quindi, malgrado tutto, crisi del 2007 compresa, si va avanti. Così. Pieno di entusiasmo, sorridente e fiducioso che il fascino di un buon libro non tramonti mai. Come il fascino di Parigi.
Chapeau!
PS: Bernard Terrades lo si può trovare di fronte al 29, Quai de La Tournelle.

Il senso di Carolyn B.K. per la moda
24 Maggio 2018Sarà il profumo di tigli che si sente nell’aria. O questo sole che è riuscito, momentaneamente sentendo gli esperti meteo, a fare capolino dopo settimane di pioggia molto british.
O sarà che il mese di maggio è uno dei più romantico dell’anno e non a caso è detto anche il mese delle spose. (E anch’io mi sono sposata a maggio).
Fatto sta che non posso non parlare di quello che è considerato, a diritto, uno degli abiti da sposa più iconici di sempre.
Quello di Carolyn Bessette-Kennedy.
Bionda e stilosa moglie di John John Kennedy. Una delle coppie più glamour e chiaccherate degli anni 90.
Si è scritto tutto e il contrario di tutto sul loro ménage matrimoniale.
Anche ora a quasi vent’anni dalla loro morte, avvenuta in un incidente aereo al largo della costa di Martha’s Vineyard , in cui perse la vita anche Lauren, la sorella di lei.
Ma al di là di tutto, è rimasta scolpita nella mia mente l’immagine di lei al braccio del marito, mentre uscivano dalla chiesa, avvolta in un abito incantevole, dalle linee pulite, di un’eleganza senza tempo.
Carolyn aveva chiesto ad un amico stilista allora poco conosciuto, Narciso Rodriguez, di disegnarlo per lei.
L’abito color perla e in crepe di seta era tagliato in sbieco con scollo a cappuccio, un pannello alle spalle dava la suggestione dello strascico.
Sandali di raso, lunghi guanti di seta e un velo corto di tulle. Un bouquet di mughetti.
La cerimonia intima, celebrata il 21 settembre 1996 in forma privata, in una semplice chiesa battista a Cucumber Island, illuminata solo dalla luce di lumi a petrolio.
E la foto che li ritrae raggianti all’uscita della chiesa.
Se questo non è Stile… il resto è solo storia.

Simple.
22 Maggio 2018Ne sono consapevole: la dieta mediterranea, la nostra dieta, ci è invidiata dal mondo poiché è equilibrata, apporta tutti i nutrienti necessari all’organismo, è variata e sembra prevenire alcune patologie.
E dal 2010 l’UNESCO l’ha inserita nella lista dei patrimoni orali e immateriali dell’umanità.
Va bene.
Tuttavia alle volte sento la necessità di cucinare qualcosa di diverso o in modo diverso.
E’ stato un caso, o forse no, che sfogliando una rivista inglese di arredamento e lifestyle ho trovato la ricetta di un dolce così semplice ma anche ben presentato che mi è venuta voglia di acquistare il libro da cui era tratta.
La ricetta era una torta allo yogurt con lamponi, apparentemente molto semplice.
Eppure non è venuta come pensavo. Ho osservato tutto. Dalla qualità degli ingredienti alle quantità che, qualche volta, in inglese sono espresse in modo differente.
Ma l’impasto non era morbido come quello di un plumcake.
In compenso, però, ho trovato ricette piacevoli da vedere, immaginare e infine degustare.
Ad esempio, cucinare il pollo e il petto di pollo a fette con erbe e spezie poco usate da noi.
In casa mangiamo poca carne e rigorosamente bianca, quindi trovare aromi e colori diversi con cui cucinarla diventa importante per variare, accompagnandola anche con diverse verdure.
Uno stile semplice.
E in una giornata uggiosa come questa, può essere piacevole sfogliare Simple, un libro ispirante.
SIMPLE, Effortless food, big flavours.
Diana Henry
Editore: Octopus

so suggestive
02 Novembre 2015Solo un’immagine suggestiva, di un fascino e mistero senza tempo…
(Immagine pubblicitaria di Valentina, la nuova fragranza femminile firmata Valentino)

Ralph&Russo
01 Novembre 2015In effetti mi ha colpita questo abito che ho visto indossato da Monica Bellucci per la prima inglese di Spectre, il nuovo film di James Bond che la vede recitare accanto a Daniel Craig.
Sì, perchè questo abito nella sue linee pulite ma assolutamente eleganti, nella scelta materica di un velluto di una tonalità di un verde indefinibile o forse di un ottanio (fotografie differenti mostrano colori diversi quanto basta da creare un dubbio “cromatico”) è davvero incantevole.
E così mi sono informata.
La signora Bellucci, donna bellissima certo ma anche di indiscusso buon gusto in fatto di moda, indossava un abito di Ralph&Russo, dove Ralph sta per Tamara Ralph, l’anima creativa mentre Russo sta per Michael Russo, CEO ( l’equivalente anglosassone del nostro Amministratore Delegato).
I due sono una coppia anche nella vita.
Sono andata quindi a vedere il loro sito e sono caduta in uno stato al limite dello stuporoso guardando veri capolavori di Haute Couture scorrere davanti ai miei occhi.
Vedere per credere: www.ralphandrusso.com
Organze, velluti, chiffon che diventano abiti da sogno, spesso decorati, ricamati e dipinti a mano per essere indossati da principesse di tutto il mondo.
Non è un caso che questo brand sia l’unico britannico ad essere ammesso a sfilare a Parigi nella settimana dell’Alta Moda accanto ad altre importanti maison come Dior, Chanel e Valentino.
In una recente intervista rilasciata a The Telegraph, Ralph&Russo hanno dichiarato di avere l’intenzione di disegnare anche abiti ready-to-wear, accessori e lifestyle.
E questa è una buona, ottima notizia per tutte noi che non siamo principesse saudite!

Voyages en France, un vero colpo di fulmine!
21 Ottobre 2015
L’ho addocchiato in una vetrina di un negozio di libri usati a Colmar, in Alsazia ed è stato un vero colpo di fulmine.
Era il 31 dicembre e quasi l’ora di chiusura del negozio… sì, perché su al Nord alle 18 i commercianti abbassano le saracinesche e se ne tornano a casa avvolti in quella loro nebbia, che io amo tanto.
Ma la copertina di quel libro mi aveva così colpita da entrare senza esitazione mentre gli altri clienti uscivano…il proprietario, un uomo antico, forse uscito da uno dei libri esposti, mi ha guardata con aria interrogativa.
”Vorrei acquistare quel libro in vetrina”, dissi subito dopo aver salutato.
“Ma non vuole vederlo, sfogliarlo?” era stupito.
“ Si, volentieri ma penso proprio che lo comprerò”.
Disse qualcosa di molto rapido e stretto, ovviamente incomprensibile, mentre andava a togliere il libro dalla vetrina.
Intanto fuori era buio e scendeva nebbia.
Questo libro é uno dei migliori ricordi di viaggio in Francia.
E’ stato scritto pensando ad itinerari che si snodano in tutta la Francia attraverso i primi percorsi ferroviari e fluviali in un lasso di tempo che attraversa la Belle Epoque, in tutto il suo splendore.
E’ corredato da centinaia di fotografie d’epoca color seppia, immagini lontane di cui subisco, sempre, irrimediabilmente, il fascino insieme a citazioni letterarie che permettono al lettore un tuffo nel passato…un pò come prendere l’Orient Express.
Alla fine, in dieci minuti, io e mio marito abbiamo acquistato parecchi libri, edizioni belle e così ben rilegate a prezzi assolutamente accessibili.
Amiamo la Francia anche per questo: persino nelle librerie storiche e di tradizione (come, ad esempio, Le Bleuet a Banon) esistono dello stesso libro diverse edizioni, dalle più raffinate a quelle più economiche.
E con pochi euro tutti possono permettersi di leggere. E questo é civile, etico, equo.
Pochi minuti prima delle 18 siamo usciti da quel negozio accompagnati dal sorriso e dagli auguri di fine anno del suo anziano proprietario.
A bientôt!
Marc Walter- Alain Rustenholz, Voyages en France, Edizioni Chêne

I mari di Provenza
18 Ottobre 2015La Provenza non ha un solo mare, quello su cui si affacciano eleganti cittadine…
La Provenza ha infiniti mari blu pervinca che l’attraversano in ogni direzione: campi di lavanda che si estendono a perdita d’occhio.

La fine delle vacanze e il canto delle cicale
04 Settembre 2015Ecco é andata così:
il giorno prima del nostro rientro in Italia ci siamo accordati con gli amici più cari per vederci l’indomani mattina per i saluti.
Loro, tre italiani, F. un artista, D. e S. Una coppia di intellettuali con la passione per la letteratura, il cinema e il teatro, vivono in Francia tutto l’anno.
Appuntamento fissato nell’atelier- laboratorio di F.alle nove- nove e mezza- dieci del mattino ( perché in Provenza é tutto molto più lento e noi ci sentiamo dei veri bohemiennes).
In realtà mio marito ed io ci siamo alzati piuttosto presto per mettere in valigie straripanti le ultime cose.
Alle otto e trenta ero la seconda cliente della farmacia locale per fare scorta di farmaci da banco e rimedi omeopatici, perché in Francia costano decisamente meno.
E poi sono andata in panetteria, ho acquistato una meravigliosa Tropezienne, una torta a base di pan di spagna e crema pasticcera. Lo dico sempre alla moglie del panettiere che la loro Tropezienne é superbe, molto simile a quella stratosferica che acquistiamo ad Avignone in una famosa pasticceria.
La signora mi ringrazia, compiaciuta e imbarazzata, orgogliosa dell’opera del marito.
Sono anche passata in edicola per i quotidiani e qualche rivista.
Camminando per le viuzze ho provato già una certa nostalgia di quel luogo e di volti divenuti nel tempo noti e qualche volta amici.
Un quarto d’ora dopo io e mio marito abbiamo varcato la soglia dell’atelier di F. e, come spesso accade, abbiamo sentito un intenso profumo di caffè, rigorosamente italiano e fatto con la caffettiera.
Sì, in quell’atelier dove si incontra mezzo mondo e ci si re-incontra, accolti dall’amico F con il garbo e l’ironia che lo contraddistinguono, ci sentiamo a casa.
S. e D. hanno avuto la nostra stessa idea e hanno acquistato una quantità non banale di croissants ancora caldi.
E così abbiamo fatto colazione tutti insieme.
Parlando, come sempre, di libri e film letti e visti, mai letti e mai visti…abbiamo riso come matti, al loro racconto della cena a cui sono stati invitati la sera precedente da un colto francese del luogo che ama l’Italia, la nostra lingua e cultura…il signore in questione, che noi abbiamo solo visto una volta, in effetti un tipo piuttosto originale, sembra avere una conoscenza del nostro Bel Paese così puntuale, precisa quasi pignola da risultare imbarazzante e un pò noiosa…F. ha confessato con fare sornione di essersi assopito più volte nell’immediato dopo cena e di poterlo fare considerata l’età ( di noi cinque é il più “vissuto”)… in effetti se ne sono accorti tutti tranne il loro ospite…E come per magia, proprio mentre ne stavamo parlando, lui si é palesato con la sua figura un pò inquietante, facendo capolino in atelier e portandoci una locandina di una mostra di qualche anno fa al Museo d’Orsay di Parigi che s’intitolava “Vedi l’Italia e poi muori”…Abbiamo ringraziato per quello che voleva essere un gesto gentile, però…
Dopo che lui” si é congedato abbiamo chiaccherato ancora un pò, come se fosse un giorno qualsiasi e non quello della nostra partenza…ci siamo salutati e abbracciati tutti almeno tre volte in un’ora, fuori sulla piazzetta, pronti a salire in macchina noi due ma ancora una cosa da dire, qualcosa da ascoltare e di cui sorridere, la promessa di vederci presto, in Italia, quando i tre torneranno per le loro vacanze…
Alla fine, siamo partiti.
Immagini di un luogo amato, un luogo del cuore, che scorrevano davanti ai nostri occhi e già molti nuovi ricordi che prendevano il loro posto accanto agli altri, in modo delicato e gentile. Soprattutto malinconico.
Ed ecco che suona il mio cellulare.
E’ il numero di S.
Che succede? Io e mio marito ci guardiamo con un punto interrogativo nello sguardo.
Rispondo, sorrido, ascolto.
“Dobbiamo tornare all’atelier, abbiamo dimenticato lo zaino con i nostri computers, anche il mio foulard di seta color pesca è rimasto là”.
Una sorta di lapsus?
Invertiamo il senso di marcia, a ritroso torniamo.
Un buon pretesto per abbracciarci di nuovo, volti sorridenti e mani che si muovono, fendendo l’aria per salutarci.
Ci mancheranno, ci mancheremo.
Così come mi manca il canto delle cicale che là é assordante e onnipresente nelle giornate calde e lunghe, quel frinire che mi riporta ogni volta in quella amata terra di Provenza, che ogni anno si disvela un pò di più e ci dona emozioni e ricordi. Come questo.
PS: Avrò tempo, almeno tutto l’autunno e l’inverno, per farmi cullare dai ricordi estivi di Provenza. Li centellinerò, con me stessa, come fossero praline di cioccolato morbido, perché é un grande piacere scivolare sulle parole giuste per dire, raccontare la dolcezza di quei giorni.

Un rito in solitaria
03 Agosto 2015Allacciarsi i nastri delle scarpe da punta é un pò come riprendere le fila di un discorso mai interrotto, con se stesse.
Un rito in solitaria.
Un incrocio e poi un altro, il nodo dietro e poi no, non la senti bene, non é confortevole, troppo stretta.
Via, che si slaccia tutto e si riparte da capo… le chiacchere delle compagne di corso, in sottofondo, che stanno facendo la stessa cosa che fai tu, concentrate, lo stesso rito per tutte, ogni volta come la prima… anche se, in effetti, dopo un pò, impari meglio, conosci il livello di comfort di cui hanno bisogno le tue caviglie e le mani si muovono più sicure… le scarpette sono nuove e si sente… ci sono le punte da “smollare”, non troppo però, sennò non “tengono”… solo un pò, altrimenti a fine lezione mi sanguinano i piedi… la prossima volta mi porto un paio di bistecche da metterci dentro… (e poi chi la mangia più la carne???!!!)…
Di nuovo, un incrocio, poi un altro, il nodo dietro… muovo la caviglia avanti e indietro per capire se stavolta va e si, direi che é perfetto…
Presto che inizia la lezione… si corre dentro, in sala, e la voce della mia adorata maestra di danza che mi riprende
“Marie, togliti gli occhiali prima di iniziare… Puoi? “( Direi di no, ma lo faccio perché voglio che sia contenta, ci vogliamo bene, dice che una ballerina classica non porta gli occhiali quando danza. Vedo tutto sfuocato ma conosco lo spazio in cui mi muovo e i passi a memoria).
E’ dolce e severa, terribilmente esigente con me, vuole una posizione delle braccia e mani perfetta… e mentre sono sulle punte la sua voce riecheggia dall’altra parte della sala “ Marie, sorridi!… sorridi!… Ricordati sempre di sorridere, una ballerina non dimostra mai fatica“.
( Sorrido, poco convinta, non condivido. Sono ancora una bambina in fondo e non capisco veramente ciò che mi vuole dire).
Ma a fine lezione, si avvicina, accenna ad una piccola carezza sul mio viso e dice” Brava,” (e so che lo pensa davvero), “ ti aspetto al corso delle grandi, giovedi”.
(Che, tradotto, vuol dire, tre giorni alla settimana di studio, molti esercizi in più alla sbarra, muscoli indolenziti e piedi stanchi almeno per il primo mese. Ma mi ha detto che sono brava. E come l’ha detto).
E, a questo punto, la fatica di quella piccola danzatrice é svanita nel nulla, come una cosa superflua, inutile.
Come una nuvola che si dissolve. In un istante.
Mentre una delicata armonia si faceva strada nel mio cuore.
Ci siamo volute bene.
Lei ora é vento, mi manca molto.
E io la penso spesso quando provo fatica.
E sorrido.